Le fondamenta di San Pietroburgo

Nelle taverne di San Pietroburgo, vecchi dai visi avvizziti amavano ricordare l’incredulità di quando, da giovani, avevano sentito dire che quell’enorme distesa pianeggiante, su cui erano disseminate poche capanne di pescatori finlandesi, sarebbe diventata una città potente e prospera.
I vecchi ricordavano il Grande Zar, parlavano dei passi giganteschi di Pietro il Grande, che costringeva gli uomini a correre quando lui si limitava a camminare, della destrezza delle sue mani, descrivevano il legno che sapeva intagliare, le icone che dipingeva, le scarpe che fabbricava, i denti che cavava.
“Ritardo significa morte” ripetevano, la frase preferita del Grande Zar.
Con il sangue riscaldato dalla vodka, quegli uomini i cui occhi avevano visto una città sorgere dalle paludi nebbiose parlavano di soldati e servi della gleba i cui crani e le cui ossa emergevano ogni anno durante le riparazioni delle fondamenta corrose di San Pietroburgo.
Nelle loro voci non c’era amarezza.
Quei servi e quei soldati non sarebbero morti comunque? Non era forse meglio morire, se la morte rendeva il futuro possibile? Morire per qualcosa che sarebbe durato di più di una vita banale?

tratto da Il Palazzo d’Inverno di Eva Stachniak, ed. Neri Pozza