Piano, con tenerezza, guarda intorno l’ultima volta,
è tempo che esploda il riso, segnale di partenza;
alza la gola e ride, la fregata si impenna dritta,
uva e fichi oscillano sulle ancestrali alberature,
i vecchi marinai vanno ai remi, l’onda romba sorda,
e le gole delle donne intonano l’addio al mondo.
A prora, il Flautista incolla le labbra al flauto
del cervello d’ombra, come per suggerlo, e intona
un canto fioco, lontano, come una pioviggine notturna,
che scroscia ridacchiando sulla terrazza dell’amata.
Ritto sull’albero maestro, tra grappoli d’uva riccia,
il grande Viaggiatore ascolta il canto del ritorno;
vuote e chiare le sue pupille, il cuore più leggero ‒
Vita e Morte sono un canto, l’uccello è la nostra mente.
Si guarda intorno, muove le mani, stringe piano i denti,
affonda le mani tra i fichi, le melagrane e l’uva,
e i dodici dei si rinfrescano intorno ai suoi lombi.
Il grande corpo del Giramondo svapora, si dissolve,
e lentamente nave di ghiaccio, amici, memoria, frutti
svaniscono come nebbia, gocce di guazza in mare.
La carne dissolta, lo sguardo fosco, il cuore fermo.
La grande mente balza sulla vetta del suo riscatto;
un ultimo frullo d’ali vuote, poi, ritta nel vento,
si alza in volo, esce dall’ultima gabbia, la libertà.
Tutto svanisce come bruma, soltanto un grido resta
sospeso per brevi istanti sulle calme acque notturne:
“Avanti, amici, soffia propizia la brezza della Morte!”.
tratto dalla traduzione italiana dell’Odissea del poeta greco Nikos Kazantzakis, ed. Crocetti