Erano le quattro del giorno di Natale del 1761 quando il principe Trubeckoj, procuratore generale, con le lacrime che gli solcavano il viso avvizzito e incipriato, spalancò la porta dell’anticamere per annunciare: “Sua Maestà Imperiale si è addormentata in grazia di Dio. Dio salvi il nostro grazioso sovrano, l’Imperatore Pietro III”.
Nella soffocante camera mortuaria, provai lo strano desiderio di correre fuori nel gelo delle strade. Non mi attirava il Grande Viale, ma i vicoli e le stradine fuori mano popolate di case di argilla in cui gli animali muggivano dopo il lavoro giornaliero. Dove la gente si rintanava protetta dalle pareti sottili e gemeva.
Questa è la sua strada, pensai, la mente che correva oltre le taverne squallide lungo il fiume Fontanka dove regnavano i violini; dove i cosacchi ballavano allungando le gambe e sfoggiando la propria agilità; dove i vecchi raccontavano storie di cavalli mongoli a cui venivano tagliate le narici per permettere loro di respirare più liberamente.
Quella era la strada che avrebbe sicuramente imboccato l’anima della Zarina, prima di lasciare questo mondo, mentre sul letto il suo corpo rigido giaceva con gli occhi chiusi, le mani giunte, finalmente assente e indifferente”.
tratto da Il palazzo d’inverno di Eva Stachniak, ed. Neri Pozza
immagine: Ivan Aivazovsky, Scena invernale nella piccola Russia (1868)