Esco al balcone e, in verità, non vedo
se non la notte, come l’altre notti,
ora sì, con le stelle
più pallide – l’agosto
le induce con la sua tepida nebbia
a smorzare la voce –
non vedo quel che cercano i miei occhi
molto vicino ma più in là
delle costellazioni.
Rimango sul balcone, conto i gradi
dell’arco che m’immagino
corso da passi umani – mi figuro
che anche saran passi d’altra specie -,
da passi umani, da battiti
di cuore d’uomo.
Ecco, sì, vedo. Pongo
la mano innanzi agli occhi
per veder meglio,
sì che le stelle e nubi,
questo caldo d’agosto,
non mi stornino. Stringo
tra le mani i miei occhi
e vedo. Annuso. Ascolto.
Vado al fianco dell’uomo
ch’è giunto a quell’altezza. E mi contemplo
– da tanta cima – solo
e appoggiato al balcone
sotto la notte resasi più umana.
Quando dovremo scendere, diremo
ch’era la verità l’apparsa Aurora?
Forse racconteremo che vedemmo
sotto di noi le sue labbra spuntare,
sorridente? Diremo
che i suoi chiari capelli si spargevano
sulle nubi, sui muri,
sui fiumi, le città
e l’oceano verde;
che i suoi seni s’alzavano
come promesse,
voci che salutavano l’intruso?
Diremo ch’è verità
la meteora del Sole e del suo carro
e dell’Ore
che si prendon per mano in girotondo
intorno all’aere?
Tolgo la mano dagli occhi. Sollevo
le palpebre. La notte,
sorvolata dall’uomo, arriva
e, come cane umile,
abbaia alla mia porta, lecca
i piedi ai passanti.
Agosto, Angel Crespo