Una volta, a Madrid, il bar di Chicote era un po’ come lo Stork, senza la musica e le debuttanti, o anche come il men’s bar del Waldorf, se vi avessero ammesso le ragazze. Ci venivano, se è per questo, ma era un locale dalla clientela prevalentemente maschile e le donne non vi godevano di particolare considerazione. Pedro Chicote era il proprietario e aveva una di quelle personalità che fanno, da sole, la fortuna di un locale. Era un barman straordinario, sempre amabile, sempre allegro, e aveva un’inesauribile riserva di entusiasmo. Ora, l’entusiasmo è una cosa piuttosto rara, e poca gente ce l’ha per molto tempo. Bisognerebbe anche stare attenti a non confonderlo con l’esibizionismo. Chicote comunque l’aveva, e il suo entusiasmo non era né una finta né una messinscena. Era anche modesto, semplice e cordiale. Aveva proprio tutta l’amabilità, e insieme la straordinaria efficienza, di George, lo chasseur al bar del Ritz, a Parigi: che è forse il paragone più elevato che si possa suggerire a chi abbia girato il mondo, e gestiva un bar simpaticissimo.
Allora, tra i giovanotti ricchi di Madrid, gli snob si riunivano in un posto chiamato il Nuevo Club e quelli in gamba andavano da Chicote. Ci andava anche un sacco di gente che mi piaceva poco, proprio come allo Stork, diciamo, ma non mi capitò una sola volta di andare da Chicote e di pentirmene. Una delle ragioni era che là non si parlava di politica. C’erano dei caffè dove si andava per parlare di politica, e solo per questo, ma da Chicote di politica non si parlava. Si parlava, invece, e ampiamente, degli altri cinque argomenti, e la sera vi facevano una capatina le più belle ragazze della città, ed era il posto giusto dove cominciare una serata, e da Chicote ne avevamo cominciate tutti delle belle.
Era uno di quei posti dove si va per scoprire chi c’è in città, o dove sono andati, se sono fuori città. E se era estate, e in città non c’era nessuno, potevi sempre sederti a un tavolino e goderti qualcosa da bere, perché i camerieri erano tutti gentilissimi.
Era come un club, solo che non c’erano quote da pagare e potevi abbordarci una ragazza. Era senz’altro il bar migliore di tutta la Spagna, e forse uno dei bar migliori del mondo, e quelli di noi che avevano l’abitudine di passarci gran parte del loro tempo nutrivano per esso un grande affetto.
tratto dal racconto La denuncia di Ernest Hemingway in Storie della guerra di Spagna. La Quinta Colonna, ed. Mondadori
Fondato nel 1931 e situato sulla Gran Vía, il Chicote è stato il primo cocktail bar in Spagna e nel corso del tempo ha conservato la sua storia, piena del glamour e del fascino dei personaggi che vi hanno fatto “una capatina”, integrandola con la modernità, rappresentata da giochi di luce o da una postazione per il Dj. Per il resto, quello che oggi è il Museo Chicote, è rimasto uguale dal 1931 e resta il tempio dei cocktail di Madrid. Ci sono ancora i divani su cui si sono sedute Ava Gardner e Grace Kelly e le seggiole in metallo cromato degli anni ’50 dove si sono accomodati Bette Davis e Frank Sinatra. L’elenco di personaggi illustri del cinema, del teatro, della musica, della letteratura e non solo che sono entrati qui è quasi interminabile, tanta era la fama dei cocktail di Chicote.
Come scrive Hemingway “era il posto giusto dove cominciare una serata, e da Chicote ne avevamo cominciate tutti delle belle” e sicuramente lo scrittore americano le cominciava (e finiva) con il Daiquiri, il suo cocktail preferito, di cui, tornando a Madrid negli anni ’50, coniò una propria versione. (Joker70)

Ernest Hemingway e Pedro Chicote negli anni ’50.