“Hanno provato a seppellirmi, ma non hanno capito che ero un seme”.
Finché ha potuto la Musica l’ha protetta. Lì era libera e poteva volare sorvolando senza affanno i suoi luoghi lucenti e quelli oscuri portandoci più vicino di chiunque altro al Cuore d’Irlanda.
Anni prima del Me too, de Il caso Spotlight e delle indagini sugli abusi perpetrati nel mondo della Chiesa sui più piccoli, spuntò Sinéad a smuovere le acque.
Con il suo look rasato, inventato negli anni degli abusi in famiglia, opposto a chi chiedeva capelli lunghi, tacchi e minigonna e con il suo “combatti il vero nemico” coltivato in anni duri nei famigerati monasteri di correzione irlandesi.
L’eco di quell’ultima passeggiata di Virginia Woolf lungo il fiume Ouse risuona negli ultimi passi di Sinéad che non ha potuto resistere alla perdita dell’adorato figlio Shane ed è andata a cercarlo.
La scrittrice inglese, anche lei vittima di abusi da piccola, ha provato a descrivere in tante pagine cosa significa convivere con il disturbo psichico.
I semi piantati da Virginia si possono trovare tutt’ora nei suoi scritti e allo stesso modo Sinéad, con la sua vita e la sua musica, continua a comunicare e insegnare.
“I bambini hanno soprattutto bisogno di essere ascoltati. La miglior cosa che si può fare, oltre ad assicurare loro una casa e tanto amore, è insegnargli a essere se stessi, a esprimersi liberamente”. (Joker70)
“Mi hanno spezzato il cuore e mi hanno uccisa, ma non sono morta. Hanno provato a seppellirmi, ma non hanno capito che ero un seme”. Sono rare le persone in grado di riassumere la propria vita in una frase. Shuhada’ Sadaqat, che noi cresciuti tra gli Ottanta e i Novanta ci ostiniamo a ricordare col nome di Sinéad O’Connor, ci è riuscita. In queste poche parole, prese dal documentario Nothing Compares che la regista Kathryn Ferguson le ha dedicato nel 2022 (in Italia è disponibile da domenica 30 luglio su Sky e NOW, ndr), Shuhada’ faceva un bilancio della propria vita: un bilancio che era al contempo spietato e pieno di speranza. Perché è vero: hanno provato in ogni modo a farla fuori.
Il momento più celebre della sua storia personale, infatti, coincide con l’inizio della fine della sua carriera. Era il 3 ottobre del 1992 quando Shuhada’ strappò davanti alle telecamere del Saturday Night Live una foto di Papa Wojtyła. Con lo sguardo dritto in camera, gridò: «Fight the real enemy!», combatti il vero nemico. I cretini lo presero come un irrispettoso attacco contro la fede e non contro le responsabilità personali dei vertici del Vaticano, colpevoli di aver sistematicamente insabbiato per anni lo scandalo della pedofilia nel clero. Quella volta, i cretini riuscirono a fare qualcosa di impensabile: fissarono la luna e non il dito, e sbagliarono comunque.
da Sinéad O’Connor, un’esibizionista raffinata e indimenticabile, C. della Gherardesca Rolling Stones
Perché se mai c’è stata una Ragazza Interrotta nel rock, è stata lei, in tutti i sensi. A partire da quando, a 14 anni, per “ingestibilità”, i genitori malgrado fossero in piena battaglia per il divorzio su un punto si trovarono d’accordo: mandarla in una casa-famiglia per ragazze problematiche, gestita dalle famigerate suore irlandesi. Ma una cosa l’aiutava. «Quando ero ragazza non ho avuto la possibilità di fare terapia, per questo mi sono rifugiata nella musica. E visto che la musica era la mia terapia, per me è stato uno choc diventare un personaggio pubblico. Io non volevo diventare una popstar. Io volevo urlare».
da Sinéad O’Connor e il destino di un’irregolare, P. Madeddu Rolling Stones
Il depresso grave non è stato introdotto alla vita, non ha trovato forti mani che ne abbiano circoscritto e protetto il posto, obbligandolo in tal modo ad occupare una posizione permanente di oggetto suscettibile di caduta, di defenestrazione, portatore di una provvisorietà radicale. Questa è la condizione che tanti depressi gravi cercano di neutralizzare nel corso della vita, incentrata pertanto alla ricerca infinita di un posto, di una stabilizzazione dell’essere.
I CEO della musica che avevano sfoggiato il loro sorriso più affascinante quando l’hanno rifiutata per i loro roster stanno facendo la fila per chiamarla ‘icona femminista’, e celebrità da 15 minuti e creature malvagie dall’inferno ed etichette che promuovono un’artificiosa diversità si stanno spremendo su Twitter per twittare il loro chiacchiericcio… quando siete stati VOI a portare Sinéad ad arrendersi… perché si rifiutava di essere etichettata, ed era degradata, come sono sempre degradati quei pochi che muovono il mondo. Perché QUALCUNO è sorpreso che Sinéad O’Connor sia morta? A chi importava abbastanza da salvare Judy Garland, Whitney Houston, Amy Winehouse, Marilyn Monroe, Billie Holiday? Dove vai quando la morte può essere la miglior conclusione? Questa follia musicale valeva la vita di Sinéad? No. Lei era una sfida, e non poteva essere inscatolata, e aveva il coraggio di parlare quando tutti gli altri rimanevano tranquillamente in silenzio. È stata molestata semplicemente per il fatto di essere se stessa. I suoi occhi finalmente si sono chiusi alla ricerca di un’anima che potesse chiamare sua.