In poche parole, si isolò completamente, cominciò a visitare Roma e al riguardo diventò simile ad uno straniero che all’inizio rimaneva colpito dalla sua misera apparenza tutt’altro che brillante, dalle case scure ricoperte di macchie, e sconcertato si chiedeva, capitando da un vicolo all’altro, “ma dov’è la grande Roma antica?”, ma poi pian piano la riconosceva, quando un pò alla volta dai vicoli angusti iniziava a farsi avanti con un arco annerito, con una cornice di marmo incastonata nel muro, con una colonna di porfido scurita, con un frontone nel bel mezzo di un maleodorante mercato di pesce o con un intero portico davanti a una chiesa nuova, finché alla fine, lontano, là dove finiva del tutto la città viva, la Roma antica si innalzava grandiosa in mezzo a edere, aloè millenarie e aperte pianure con l’immenso Colosseo, con gli archi trionfali, con le rovine degli sconfinati palazzi dei Cesari, con le terme imperiali, i templi e le tombe sparse per la campagna.
E il forestiero già non vedeva più le sue attuali vie strette e i vicoli angusti, tutto preso com’era dal mondo antico: nella sua memoria si sollevavano le immagini colossali dei Cesari, il suo orecchio rimaneva sbalordito da grida e danze di un’antica folla…
Ma non come quegli stranieri, devoti solo a Tito Livio e Tacito, che si precipitavano, tralasciando tutto il resto, solo verso le antichità e che avrebbero voluto, in un accesso di nobile pedanteria, demolire tutta la città nuova, no, egli trovava tutto allo stesso modo meraviglioso: il mondo antico che si ravvivava da sotto un architrave annerito, il possente medio eco che aveva lasciato dappertutto tracce di artisti-titani e della munifica generosità dei papi e, infine, la successiva era moderna con l’affollarsi di nuove popolazioni.
Amava la loro prodigiosa fusione in un tutto unico, i segni di una capitale popolosa e al tempo stesso desertica: i palazzi, le colonne, l’erba, i cespugli selvatici che correvano su per i muri, l’agitazione di un mercato in mezzo a scure e mute moli architettoniche con il basamento sepolto, l’urlo vivace di un pescivendolo accanto a un portico, il venditore di limonate con la sua ariosa bancarella ornata di frasche davanti al Pantheon. Amava anche lo squallore delle vie buie e sporche, l’assenza delle tinte gialle e chiare sulle case o le scene idilliache in piena città: un gregge di capre a riposo sulla via lastricata, le grida dei bambinetti e quella sorta di pazienza invisibile fatta di un silenzio sereno e solenne che avvolgeva ogni cosa e ogni uomo. Amava i continui stupori e le sorprese che Roma sapeva dispensare. Come un cacciatore che esce di buon’ora per andare a caccia, come un cavaliere d’altri tempi in cerca di avventure, si dirigeva ogni giorno alla ricerca di prodigi sempre nuovi e istintivamente si fermava quando d’un tratto, nel bel mezzo di un vicolo insignificante, si levava davanti a lui un palazzo che sprigionava una cupa e austera maestà: i muri massicci e indistruttibili, fatti di blocchi di travertino scuro, la sommità coronata da una colossale cornice concepita a meraviglia, il grande portone contornato da travi marmoree e le finestre, cariche del loro lussuoso ornamento architettonico, che lanciavano sguardi regali; o come quando, inaspettatamente, insieme ad una piccola piazza d’improvviso faceva capolino una suggestiva fontana che spruzzava acqua su se stessa e sui suoi scalini di granito sfigurati dal muschio; o come quando una via buia e sporca terminava a sorpresa con il gioco di una decorazione architettonica del Bernini o con l’alzarsi in volo di un obelisco, oppure con una chiesa e il muro di un monastero che si accendevano nella fulgida luce solare sullo sfondo di un cielo azzurro scuro, a contrastare i cipressi neri come il carbone. Più le vie sfuggivano in profondità più aumentavano i palazzi e le creazioni architettoniche di Bramante, Borromini, Sangallo, Della Porta, Vignola, Buonarroti; e finalmente comprese con chiarezza che solo qui, solo in Italia, si sentiva la presenza dell’architettura e della sua austera maestà come arte.
tratto dal racconto Roma di Nikolaj Vasil’evič Gogol’-Janovskij, ed. Sellerio editore Palermo
Gogol’ visse a Roma in tutto quattro anni, senza contare le brevi pause estive: non poco per un viaggiatore irrequieto come lui che non riusciva a trattenersi più di qualche mese nello stesso posto. Nei dodici anni trascorsi all’estero, eccetto il lungo periodo romano, visse di fatto spostandosi continuamente da una città all’altra dell’Europa. Malgrado ciò, gli unici scritti di Gogol’ sui luoghi del suo smanioso viaggiare, fatta eccezione per il racconto Roma, sono le lettere. Questi quattro anni, comunque, furono assai prolifici poichè fu proprio a Roma, nella sua abitazione al n° 126 di Via Sistina – già Via Felice – che egli scrisse, oltre a Roma, Il Cappotto e Le anime morte e rielaborò Il ritratto e Tars Bul’ba.
In quel periodo la comunità russa a Roma era molto numerosa ed era perlopiù composta da una folta schiera di pittori, quasi tutti inviati dall’Accademia delle Belle Arti di Pietroburgo, da alcuni scrittori e da nobili famiglie di passaggio. Il salotto della principessa Zinajda Volkonskaja, anche lei grande appassionata della “città eterna”, era un punto di riferimento fondamentale per la cerchia degli artisti e letterati russi, ed in particolare per Gogol’. Proprio in questo salotto Gogol’ ebbe l’ooportunità di conoscere il Belli e di ascoltare i suoi sonetti, di cui in seguito parlò a Sainte-Beuve con grande ammirazione. In quegli anni Gogol’ frequentava spesso il Caffè Greco, punto di ritrovo di tutti gli artisti stranieri residenti a Roma, e i rinomati ristoranti Lepre e Falcone, più volte decantati nelle lettere. Amava tantissimo passeggiare per la città, proprio come il principe nel racconto, e dipingerne gli scorci e le vedute più suggestive. Tracce evidenti della sua passione per la pittura si possono riscontrare in tutte le descrizioni di Roma contenute nel racconto, descrizioni che spesso sono veri e propri dipinti verbali. L’interesse di Gogol’ per Roma fu totale e non astratto e libresco: amò la Roma del passato e del presente, il popolo romano con il suo dialetto, il suo spirito mordace, la sua cucina, le feste e le tradizioni. D’altra parte, non solo conosceva benissimo l’italiano – come dimostra ampiamente la lettera scritta per gioco in italiano alla Balabina (Roma, 15 marzo 1838) – ma anche il romanesco.
dall’introduzione di Fiorina Antonini