Il cielo turchino sfumava a onde, come eccitato dalle policromie del tramonto, colorando di violaceo solenne il selciato e l’acque lente dell’Arno, mentre il vaniloquio infantile si fondeva allo stridio degli uccelli: remoto e silente era il mondo.
E Carlo Lorenzini andava, sessantenne dai piccoli occhi, ma spalancati dall’irradiare di quella serata, limpida tanto da pulire i ricordi, sospenderli in vita finalmente estranea. E così quieto, quasi respirando dagli occhi, tutto rivide: i colombi cotti nel vino a casa del prete Zipoli; il palazzo di Davanzati dov’era la bisca dei nottambuli; i visi degli amici scioperati e cari; la ricerca affannata di cento lire per saldare i debiti di gioco; i capelli biondacei della figliolina nata inattesa e già morta; se stesso trentatreenne nel carnaio del 1850…S’avvide d’essere giunto in via de’ Rondinelli, dove abitava in signorile appartamento, presso il fratello direttore alla Ginori. Salutò il cielo e salì le scale: mamma e cognata erano in sala. S’industriavano a estrarre da un cassettone la tovaglia bianca di cui sua madre reggeva un lembo, vagando svagata, infantile anziana. Lo guardò parendo dirgli: “Anche per questa volta ti perdono. Ma guai se me ne fai un’altra delle tue”. Egli emanava ancora il tanfo dolciastro del sigaro appena fumato. Cenò con una zuppa e nel lindore di quel cielo serale andò a dormire. Come ogni sera si prese un bacio dalla madre Angiolina e la benedizione. Faticò a dormire, compreso in misticume di ricordi nitidi, senza rancori. E non vide d’iniziare un sogno.
tratto da Carlo Lorenzini il Collodi in Eccentrici di Geminello Alvi, ed. Adelphi