“Dunque non si tratta di gloria. La gloria esiste soltanto per la cultura, è una faccenda che riguarda i maestri. No, non conta la gloria: conta invece ciò che io chiamo Eternità. I credenti lo chiamano il Regno di Dio. Io penso così: noi uomini, noi che abbiamo maggiori pretese, che abbiamo le aspirazioni e una dimensione di troppo non potremmo neanche vivere se, oltre all’aria di questo mondo, non ci fosse anche un’altra atmosfera respirabile, se oltre al tempo non esistesse anche l’Eternità, il regno dell’autenticità. Di questo fanno parte la musica di Mozart e i poemi dei tuoi grandi poeti, e i santi che hanno fatto miracoli, sofferto il martirio e dato un grande esempio agli uomini. E di questa Eternità fa altrettanto parte l’immagine di ogni vera azione, la forza di ogni sentimento genuino, anche se nessuno ne sa nulla, se nessuno ne scrive e ne conserva la notizia ai posteri. Nell’Eternità non esistono posteri, esistono soltanto contemporanei”.
“Dici bene” confermai.
“I credenti” continuò pensierosa “furono quelli che meglio se ne resero conto. Perciò hanno creato i santi e quella che chiamiamo la comunione dei santi. I santi: ecco i veri uomini, i fratelli minori del Redentore. Verso di loro camminiamo per tutta la vita, con ogni buona azione, con ogni pensiero coraggioso, con ogni affetto. La comunione dei santi fu rappresentata in altri tempi dai pittori entro un cielo dorato, radioso e sereno; non è se non ciò che poco fa ho chiamato Eternità. E’ il Regno al di là del tempo e della parvenza. Quello è il luogo nostro, quella la nostra patria, là tende il nostro cuore, caro lupo della steppa, e perciò abbiamo il desiderio di morire. Là ritroverai il tuo Goethe, il tuo Novalis e Mozart, e io i miei santi, Cristoforo e Filippo Neri e tutti gli altri. Ci sono molti santi che furono prima gran peccatori, anche il peccato può essere una via verso la santità, anche il peccato e il vizio. Ti verrà da ridere, ma io penso spesso che forse anche nel mio amico Pablo può celarsi un santo.
Pensa, Harry, attraverso quante porcherie e scempiaggini dobbiamo passare per arrivare a casa! E non abbiamo nessuno che ci guidi, unica nostra guida è la Nostalgia”.
tratto da Il lupo della steppa di Hermann Hesse, ed. Mondadori
Il disagio di fronte alla volgarità e alla massificazione della società moderna, la ricerca di valori più elevati, la forza liberatrice degli impulsi primordiali, il rimettersi in gioco da zero a partire da una nuova consapevolezza; sono questi alcuni dei temi che si intrecciano in Il lupo della steppa, uno dei romanzi più radicali e affascinanti di Hesse, pubblicato nel 1927 in un’Europa i cui regimi totalitari si vanno moltiplicando. Il protagonista, Harry Haller, vive bloccato in una condizione di impotente felicità generata da un insanabile dissidio interiore tra l’uomo – cioè tutto ciò che ha in sé di spirituale, di sublimato o per lo meno di culturale – e il ‘lupo’ – cioè tutto ciò che ha di istintivo, di selvatico e di caotico -, e si è chiuso in un isolamento quasi totale rispetto al mondo meschino e privo di spirito in cui vive, arrivando ad un passo dal suicidio. Successivamente Harry viene però rieducato alla vita comune, quella di tutti, da una donna incolta ma esperta e intelligente e trova una via che gli consente di intuire meglio quali sono le ‘non-regole’ dell’assurdo gioco della vita e come ricominciare a giocarlo. Non sempre i contemporanei di Hesse hanno saputo cogliere appieno la ricchezza di significati di questa opera che è anche una beffarda satira della Germania di Weimar e l’autore stesso ha sentito la necessità di precisare: “…la storia del lupo della steppa rappresenta sì una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione”. (dalla Descrizione)