Ognuno come un poema obbediva a sè stesso

Anne Sexton2
In compagnia degli angeli

Ero stanca di essere una donna,
stanca di cucchiai e pentole,
stanca della mia bocca e dei miei seni,
stanca di cosmetici e sete.
C'erano ancora uomini seduti alla mia tavola,
raccolti intorno alla coppa che offrivo.
La coppa era piena di chicchi d'uva viola
e le mosche erano attratte dal profumo
e perfino mio padre si fece avanti con il suo osso bianco.
Ma io ero stanca del genere delle cose.

La notte scorsa ho fatto un sogno
e gli ho detto…
"Sei tu la risposta.
Tu sopravviverai a mio marito e a mio padre".
In quel sogno c'era una città fatta di catene
dove Giovanna fu messa a morte in abiti maschili
e la natura degli angeli non fu spiegata,
non ce n'erano due della stessa specie,
uno con il naso, un altro con un orecchio in mano,
uno masticava una stella e registrava la sua orbita,
ognuno come un poema obbediva a sè stesso,
facendo le veci di Dio,
un popolo separato.

"Tu sei la risposta",
dissi io, ed entrai
stesa sui cancelli della città.
Poi fui stretta in catene
e persi il mio genere normale e il mio aspetto finale.
Adamo era alla mia sinistra
e Eva era alla mia destra,
entrambi del tutto incompatibili con il regno della ragione.
Intrecciammo le braccia
e marciammo sotto il sole.
Non ero più una donna,
nè una cosa nè l'altra.

O figlie di Gerusalemme,
il re mi ha condotto nella sua camera.
Sono nera e sono bellissima.
Sono stata aperta e svestita.
Non ho nè braccia nè gambe.
Sono tutta pelle come un pesce.
Non sono più donna
di quanto Cristo sia un uomo.

Anne Sexton
 

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