Il 3 marzo è morto Kenzaburō Ōe. Il suo spirito, come gli anziani del suo villaggio dell’isola di Shikoku credono da tempo immemorabile, se ne sarà di sicuro tornato ai piedi di uno degli alberi della foresta. Ōe lo ha ripetuto molte volte nei suoi romanzi e perfino in una delle sue rare poesie:
Una delle leggende della foresta dello Shikoku
si chiama “Il nostro albero”. La leggenda racconta
che ogni persona che vive e muore nella valle
possiede un suo albero.
Quando qualcuno muore la sua anima
se ne vola in cielo per posarsi ai piedi di un albero.
Poi, trascorso un certo tempo,
discende a valle
per entrare nel cuore di un nascituro,
ai piedi del suo albero.
Se un bambino lo desidera con tutte le sue forze,
può (a volte) vedere da vicino
il vecchio che un giorno diventerà.
Immagino il piccolo e curioso Ōe uscire di casa scalzo a cercare nella foresta il suo albero ai cui piedi poteva incontrare il vecchio che sarebbe diventato. E poi immagino il vecchio e indomito Ōe che con un “salto mortale” supera le soglie della vita per diventare parte di quella foresta che in fondo non ha mai abbandonato. O che ha abbandonato solo per averne nostalgia, sentimento senza il quale non è possibile nessuna rigenerazione, nessuna rinascita, e perciò nessuna vera opera d’arte. Ōe, malgrado tutto, pensava che la nostra morte non è la morte di tutto. Per comprendere la vita di un uomo, affermava, è necessario disegnare una carta che non si accontenti di partire dalla sua nascita, ma che risalga nel tempo più in là ancora e che non si fermi neppure al giorno della sua morte, ma si estenda al di là di essa. La venuta di un uomo al mondo, in altre parole, non dovrebbe poi ridursi solo alla sua nascita e alla sua morte. Egli nasce “nella grande ombra delle persone che lo circondano e, anche dopo la morte, ci dovrebbe essere qualcosa che sussiste” (M/T e la storia delle meraviglie della foresta, 1986). Mi viene in mente una riflessione di Elias Canetti, uno fra i tanti autori occidentali frequentati con amore da Ōe: “L’uomo deve imparare a essere in modo cosciente molti uomini e riuscire a tenerli insieme tutti”. Vedo all’improvviso un sentiero di montagna – in Giappone o in Svizzera? – dove due uomini, forse un padre e un figlio, o un maestro e il suo discepolo, o forse due fratelli (sono certo solo che uno dei due è più anziano dell’altro) si incrociano all’altezza di un grande albero e si salutano. Mi dico: ecco l’Oriente e l’Occidente di Ōe.
tratto da Omaggio a Kenzaburō Ōe di M. Rizzante, Doppiozero 10/04/2023