Ecco che arriviamo a qualcosa che ha del prodigioso, alla creazione, da parte di Dante, di una leggenda, una leggenda superiore a quante ne contengono l’Odissea e l’Eneide, o a quante ne conterrà Le mille e una notte, altro libro in cui appare, sotto il nome di Sindbad il marinaio, Ulisse.
La leggenda fu suggerita a Dante da diverse credenze: da due innanzitutto, da quella secondo la quale la città di Lisbona era stata fondata da Ulisse e da quella che sosteneva l’esistenza, nell’Atlantico, delle Isole Fortunate. I Celti erano convinti che l’Atlantico fosse popolato di paesi fantastici: di un’isola dove scorre un fiume che attraversa il firmamento ed è pieno di pesci e di navi che non cadono sulla terra; di un’isola rotante fatta di fuoco; di un’isola nella quale levrieri di bronzo inseguono cervi d’argento. Dante dovette averne qualche notizia ; ma ciò che importa è quello che riuscì a fare con queste leggende. Riuscì a dar vita a qualcosa di profondamente nobile.
Ulisse lascia Penelope, chiama i suoi compagni e dice loro che, per quanto siano vecchi e stanchi, hanno affrontato insieme a lui mille pericoli; e propone un’impresa nobile, l’impresa di oltrepassare le Colonne d’Ercole e di attraversare il mare, di conoscere l’emisfero australe, che allora si pensava fosse un’emisfero d’acqua, non abitato da nessuno.
Dice loro che sono uomini, non bestie; che sono nati per il coraggio, per la conoscenza; che sono nati per sapere e capire. Loro lo seguono, e fanno ali dei loro remi.
E’ curioso che questa metafora si trovi anche nell’Odissea, che Dante non poté conoscere. Dunque navigano e si lasciano alle spalle Ceuta e Siviglia, si spingono in mare aperto e virano a sinistra. La sinistra, la parte sinistra, nella Commedia significa il male. Per salire al Purgatorio si va a destra; per scendere nell’Inferno, a sinistra. Il lato sinistro, cioè, ha anche un secondo significato…Poi leggiamo che nella notte Dante vede “tutte le stelle dell’altro emisfero”, del nostro emisfero, quello meridionale, carico di stelle. (Un grande poeta irlandese, Yeats, parla dello star-laden sky, del “cielo carico di stelle”. Il che è falso nell’emisfero settentrionale, dove ci sono poche stelle rispetto al nostro).
Navigano per cinque mesi e finalmente vedono terra. Vedono una montagna scura per la distanza, la montagna più alta che avessero mai visto. Ulisse dice che l’allegria si muta in pianto, perché dalla terra soffia un turbine e la nave s’inabissa. Quella montagna è il Purgatorio, come si capisce in un altro canto. Dante crede (finge di credere per ragioni poetiche) che il Purgatorio stia agli antipodi della città di Gerusalemme.
Bene, arriviamo a questo terribile momento e ci domandiamo perché Ulisse sia stato punito. Evidentemente non per l’inganno del cavallo, visto che il momento culminante della sua vita, quello che racconta a Dante e anche a noi, è un altro: è l’impresa generosa, audace, di voler conoscere il proibito, l’impossibile. Ci domandiamo perché questo canto abbia tanta forza. Prima di rispondere, vorrei ricordare una cosa che, a quanto ne so, nessuno ha mai segnalato.
Riguarda un altro grande libro, un grande poema del nostro tempo, Moby Dick di Herman Melville, che certamente conobbe la Commedia nella traduzione di Longfellow. Lì si racconta l’insensata impresa del mutilato capitano Ahab, che vuole vendicarsi della balena bianca. Finalmente la trova e la balena lo affonda, e il grande romanzo ripropone la stessa conclusione del canto di Dante: il mare si chiude sopra Ahab, come si era chiuso sopra Ulisse. Melville, in quel punto, dovette ricordarsi della Commedia, anche se preferisco pensare che l’avesse letta e assimilata a tal punto da poterne dimenticare la lettera, che la Commedia fosse diventata parte di lui e che solo successivamente egli abbia riscoperto ciò che anni prima aveva letto; ad ogni modo la storia è la stessa. Salvo che Ahab non è spinto da nobile impeto ma da desiderio di vendetta. Ulisse, invece, agisce come il migliore degli uomini. Ulisse invoca una ragione giusta, che ha a che fare con l’intelligenza, e viene punito.
A cosa deve la sua forza tragica questo episodio? Credo che l’unica spiegazione valida sia questa: Dante sentì che Ulisse, in qualche modo, era lui stesso. Non so se lo sentì in modo cosciente, e poco importa. In una terzina dice che a nessuno è dato conoscere i giudizi della Provvidenza. Non possiamo prevedere il giudizio della Provvidenza, nessuno può sapere chi sarà condannato e chi salvato. Ma lui aveva osato prevedere, per mezzo della poesia, quel giudizio. Ci mostra condannati e ci mostra eletti. Doveva sapere che così facendo correva un pericolo; non poteva ignorare che stava prevedendo l’imperscrutabile Provvidenza di Dio.
Per questo il personaggio di Ulisse ha la forza che ha, perché Ulisse è uno specchio di Dante, perché Dante sentì che forse anche lui avrebbe meritato un simile castigo. Aveva scritto il poema, ma aveva anche infranto le misteriose leggi della notte, di Dio, della Divinità.
tratto da Sette sere, Jorge Luis Borges ed. Adelphi
nell’immagine: Ulisse e le sirene, Herbert James Draper, 1909