L’ultima notte di un’epoca

Quando fu buio, una ragazza cominciò a cantare in russo, suscitando, come sempre accade, un’impressione di tristezza.
I camerieri portarono vassoi colmi di bicchieri e una coppa enorme di ponce. Adesso sul prato faceva freddo. C’erano milioni di stelle. Lontano, sul grande lago colmo e in pace le ultime vele fantomatiche erano spinte qua e là dalla debole brezza notturna.
Il grammofono seguitava a suonare. Steso sul cuscino, ascoltavo un chirurgo ebreo dichiarare che la Francia non può capire la Germania perché i francesi non hanno mai provato niente che si possa paragonare all’esistenza nevrastenica dei tedeschi nel dopoguerra. Bruscamente, in un gruppo d’uomini, una ragazza scoppiò in una risata stridula.
Laggiù nella città vicina contavano in quel momento i voti. Pensai a Natalia: si è salvata, pensavo – giusto in tempo, forse.
La sentenza sarà forse ritardata, ma tutta questa gente finirà per essere distrutta.
Stasera è la prova generale di un disastro. Sembrava l’ultima notte di un’epoca.

Lago Wannsee, 1932

Il 20 gennaio 1942 in una villa sulla riva dello stesso lago si svolse la cosiddetta Conferenza di Wannsee nel corso della quale vennero discussi diversi aspetti pratici della Shoah.
Parteciparono quindici personaggi di primo piano del regime nazionalsocialista, del partito e delle Schutzstaffel, riuniti su invito dell’SS-Obergruppenführer Reinhard Heydrich per definire la cosiddetta «soluzione finale della questione ebraica» (Endlösung der Judenfrage) e chiarire direttamente con i dirigenti delle strutture amministrative di potere del Terzo Reich potenzialmente concorrenti che, a partire dalle direttive ricevute fin dal luglio 1941 da Hermann Göring, l’intera operazione era di competenza delle SS sotto l’autorità suprema di Heinrich Himmler e dello stesso Heydrich.
Come testimonia il verbale redatto da Adolf Eichmann, era necessario determinare con esattezza le categorie interessate dai provvedimenti, concordare la procedura di deportazione di 11 milioni di persone destinate ai lavori forzati in condizioni disumane e infine uccidere con modalità non meglio definite i sopravvissuti e gli inabili al lavoro.

…Oggi il sole è sfolgorante; l’aria è mite e calda. Sono uscito per la mia ultima passeggiata mattutina senza soprabito né cappello. Il sole brilla e Hitler è il padrone di questa città. Il sole brilla e dozzine di miei amici – i miei alunni della Scuola dei lavoratori, gli uomini e le donne che ho conosciuto all’I.A.H. – sono in prigione, forse morti. Ma non penso ad essi, ora – non penso alle persone con idee chiare, ai risoluti, agli eroi, a coloro che hanno riconosciuto e accettato i rischi. Penso al povero Rudi nella sua ridicola blusa russa. Il bel gioco fiabesco inventato da Rudi è diventato realtà; i nazisti lo faranno con lui. I nazisti non rideranno di lui; lo prenderanno in parola per quello che ha finto di essere. Forse in questo preciso momento stanno torturando a morte Rudi.
Sorprendo la mia faccia nello specchio di una vetrina e mi accorgo inorridito che sorrido. Non si può fare a meno di sorridere con un tempo così bello. I tram vanno come al solito su e giù per la Kleiststrasse. I tram, i passanti sui marciapiedi e la cupola della stazione della Nollendorfplatz, che sembra un copriteiera, hanno un’aria di strana familiarità, somigliano in modo straordinario a qualcosa del passato che si ricorda come perfettamente normale e piacevole – come un’ottima fotografia.
No. Perfino ora non posso credere sul serio che tutto questo sia realmente accaduto…

Berlino 1933

tratto da Addio a Berlino di Christopher Isherwood