E il mio mare?

E il mio mare?
Eccolo che va e viene sulla sabbia di San Giovanni di Bagnoli di Pozzuoli; la spiaggia abbuia e si rischiara, per questo alterno afflusso di umidità, come una fronte pensosa; più al largo certe zone d’acqua appaiono egualmente meditabonde, di un denso azzurro, mentre altre ridono con bianche spume, palpitanti come gole d’uccelli. E’ in quest’acqua lieta, non in quella imbronciata, che bisogna inzuppare i “taralli”. Si tratta di ciambellette con strutto e pepe, localmente famose, alle quali la salsedine marine conferisce un sapore anche più allegro, persuasivo, starei per dire ondulante come il moto stesso della barca.
I “taralli” si mangiano appunto in canotto, abbandonando i remi, fissando per esempio le case di Mergellina che fremono e pulsano come se fossero dipinte su una camicetta. Ora un mare che si è mangiato tante volte nei “taralli”, nei molluschi e nei crostacei più complicati ed eccitanti, qualcosa deve aver lasciato nel nostro sangue. Certi giorni basta uno scroscio di fontana, una fuga di nuvole, un soffio di scirocco, a far battere questo mare nei nostri polsi, mentre le dita istintivamente si incurvano come sulla impugnatura di un remo. Lo sappiamo a memoria questo mare; conosciamo i suoi schiaffi e le sue carezze, lo abbiamo sentito gridare e bisbigliare, dietro il vaporino di Capri si srotolava e ferveva come lo strascico di una sposa; era domestico e cordiale come acqua di cisterna, lo portiamo con noi, dovunque, come tatuato sul petto con scogli e sirene.

tratto dalla prefazione di G. Marotta a “L’oro di Napoli”, ed. BUR grandi classici