Rivoluzionari russi scampati alla Siberia e alla forca; teosofi e teosofe inglesi e americani; fondatori di religioni (…).
Ve n’era uno che si rivestiva con una tunica rossa e si calzava in testa una magnifica parrucca bionda che gli inondava le spalle (…). I camerieri dicevano che fosse armeno. Vi era inoltre l’indiano Kundan Lall profeta, antesignano del Krisnamurti, pieno di mogli, di favorite e di favoriti (…). Due vecchi inglesi, amici intimi dello scomparso Oscar Wilde, facevano circolo con i loro ammiratori in un cantuccio della seconda saletta; alcuni giovani anarchici spagnuoli vestiti con delle nere giubbettine da toreri e i pantaloni a campana, occupavano la parte meno illuminata della terza saletta, leggendo i loro giornali, disegnando e scrivendo. Uno di loro, Rafael Sala, pittore e poeta, che diventò mio caro amico, tornato in patria nei primi del 1915 fondò a Barcellona una importante rivista di avanguardia: Temis, pubblicandovi testi originali italiani, tedeschi, francesi, inglesi e, naturalmente, spagnuoli (…).
Anche un principe annamita discendente da non so più quale terribile divinità del suo paese, trascorreva giornate e serate alle Giubbe Rosse ubriacandosi in silenzio (…). Anche Lenin vi fece in quel tempo una rapida apparizione di pochi giorni per incontrarsi con alcuni suoi compagni di fede provenienti da Capri.
L’ambiente del Caffè Le Giubbe Rosse di Firenze ai primi del ‘900 in uno scritto di Alberto Viviani tratto da “Andare per caffè storici” di M. Cerulo, ed. Il Mulino