Nel maggio del 1943, in una sua lettera da Napoli, mia sorella Ada fra l’altro mi scriveva:
“Ti ricordi don Ignazio? S’era ridotto a vivere in un basso a Mergellina. L’ultimo bombardamento gli ha spazzato via tutto. Figurati che nella fretta di scappare lasciò sul comodino perfino i denti finti. Ma tu sai che uomo è. Dice che non può allontanarsi dai clienti. Perciò si è allogato nella buca prodotta da una bomba, improvvisandovi un tetto di lamiera. Ha trovato uno sgabello e ha trovato un tavolino. Non so se ti ho mai detto che da qualche anno tira avanti ricopiando musica e dando lezioni di chitarra. Insomma, due giorni dopo il disastro, era già a posto nella sua buca. Si crede che non gli permetteranno di rimanervi. Egli obietta che quello è soltanto il suo ufficio, perché di notte trova ospitalità in casa di un suo allievo. Che tipo. Nella domanda di risarcimento di danni ha scritto: pregovi disporre d’urgenza che mi venga assegnata una dentiera, non potendo in mancanza fumare la pipa”.
…Posso immaginare ogni cosa, don Ignazio Ziviello. Davanti alle macerie della tua ennesima casa sconvolta, hai gesticolato e pianto. Chiunque, osservandoti, avrà pensato: ecco un uomo, gobbo quanto volete, che non sopravviverà alla sua disgrazia. Figuriamoci. Tu in un’ora qualsiasi dello stesso giorno, hai scoperto una buca di bomba e un pezzo di lamiera. Sapevi dove trovare, inoltre, un tavolino e una sedia: scommetto che mia sorella ha dimenticato di menzionare una stuoia, sulla quale i tuoi allievi di chitarra scuotono il terriccio dalle scarpe, prima di uscire. Questo è soltanto il tuo ufficio; che ti ci lascino o no, e in attesa che ti assegnino una dentiera, tu a bocca vuota già ricominci a sorridere, Ziviello. Ciò è molto importante, suggerisce qualche considerazione, forse.
Ecco una città e un popolo ferocemente percossi dalle sventure della guerra, e sul conto dei quali si pronunzia spesso la parola “eroismo”. Questo termine marmoreo io lo ritengo tuttavia superato, agli effetti umani, dalle caratteristiche di una qualsiasi don Ignazio.
La possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza. Arrotoliamo i secoli, i millenni, e forse ne troveremo l’origine nelle convulsioni del suolo, negli sbuffi di mortifero vapore che erompevano improvvisi, nelle onde che scavalcavano le colline, in tutti i pericoli che qui insidiavano la vita umana; è l’oro di Napoli questa pazienza.
Sono molto antichi i “sette spiriti” di don Ignazio; perciò egli non può allontanarsi da Mergellina, dove risiedono i suoi allievi di chitarra.
Il mare è a due passi, assorto e solenne davanti a questo martirio come un’acquasantiera. Non appena il cielo sarà sgombro di minacce – pensavo nel maggio del 1943 – i napoletani intingeranno le dita in questa cara acqua benigna, e fattisi il segno della Croce ricominceranno a lavorare e a ridere.
tratto dal racconto L’oro di Napoli in “L’oro di Napoli” di G. Marotta, ed. BUR Grandi classici