Le botteghe da Caffè

Frequentando i vecchi Caffè si impara a raccontare, diceva Eduardo Galeano. Ma si apprende anche la storia della società in cui si vive. Perché i Caffè, quelli storici in particolare, rappresentano scrigni di memoria collettiva che permettono di comprendere come si sia arrivati al presente. Attraverso quali discorsi, conversazioni, forme di lotta e militanza, manifestazioni artistiche e culturali.
…Con il termine Caffè si intende un locale pubblico che offre ai suoi clienti ospitalità, ristoro, forme di interazione, intrattenimento, comunicazione.
La sua storia parte dal tardo Medioevo, quando sono apparse le prime tipologie nelle città musulmane del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente. Nel 1600 sono arrivate in Europa e l’apparizione delle cosiddette coffehouses (“botteghe da caffè”, nell’italiano dell’epoca) ha rappresentato una rivoluzione sociale. Innanzitutto, per la libertà permessa ai frequentanti; di ingresso, di parola, di incontro, di lettura, di espressione artistica e individuale e collettiva. Come chiarito da Jurgen Habermas, nelle prime coffehouses (inglesi) si è generata la cosiddetta “sfera pubblica”: ossia una rete per comunicare informazioni e prese di posizione, uno spazio discorsivo in cui incontrarsi e discutere, liberamente e senza costrizioni, di questioni e problemi di rilevanza pubblica e collettiva. Come recitavano le regole di questi primi Caffè seicenteschi (Rules and orders of the Coffee-Houses, 1674):

L’ingresso è libero ma prima per favore osservate le seguenti regole di buona creanza. In primo luogo, signori e cittadini operosi, siano allo stesso modo i benvenuti e siedano senz’altro gli uni accanto agli altri; qui nessuno è considerato per il proprio rango ma ognuno occupi il primo posto e nessuno si alzi davanti ad un altolocato per cedergli il posto.

Iniziavano dunque a venire meno i vincoli di ceto, classe, corporazione, famiglia che caratterizzavano lo spazio sociale fino a quell’epoca più diffuso: il salotto.
A differenza di quest’ultimo, che si configurava come istituzione aristocratica-elitaria, nei Caffè si poteva entrare senza essere invitati, osservare senza essere multati, interagire senza chiedere permessi. La rivoluzione borghese elesse questi spazi a incubatori di una nuova società: ambienti di innovazione culturale, politica, sociale.
…Ancora: nei Caffè ci si poteva informare sulle novità cittadine, discutere animatamente, prendere posizioni politiche, tramare intrighi, generare gruppi o associazioni, concludere affari. E poi scrivere (consumando un’unica tazzina, si potevano avere a disposizione per molte ore tavolo, pennino-carta-calamaio, luce e riscaldamento gratis), leggere quotidiani e riviste (dunque veicolare e formare opinione pubblica), ascoltare musica, fumare, schiacciare un pisolino, mercanteggiare, disegnare, imbastire flirt (nel 1961 Gino Paoli cantava “In un Caffè/per la prima volta/noi ci siamo amati”). Ma anche praticare attività ludiche, perché carte, biliardo, scacchi non mancavano quasi mai in questi locali, poiché il tempo che vi si trascorreva era spesso di distensione e distrazione.
…Col passare degli anni, i Caffè sono diventati sempre più democratici ed egualitari, consentendo l’ingresso alle donne e facendo definitivamente cadere, con l’arrivo del Novecento, quei pochi privilegi aristocratici residui dell’ancien régime (ad esempio, specifiche sale riservate). Ma il XX secolo ha comportato anche una trasformazione di tutti i Caffè in ambienti più popolari, accessibili davvero a tutti, nonché punto di riferimento per gli italiani che avevano l’abitudine di passare quotidianamente da questi luoghi: ad esempio, sia all’uscita dal lavoro, per discutere liberamente con colleghi o esponenti del sindacato, sia quando un lavoro lo si cercava, per informarsi sulle richieste disponibili in zona.
…Oggi i Caffè sono ancora spazi che scandiscono la vita di tutti i giorni, per quanto si sia sostituito spesso il nome con quello di bar, con riferimento ai ritmi sempre più veloci del Novecento, in cui si riduce il tempo per la conversazione, il salotto, la socialità lunga.
Il termine bar viene infatti dalla lingua inglese e significa “sbarra” o “bancone”. Nasce nel mondo anglosassone alla fine dell’Ottocento e caratterizza quei locali, autorizzati dalla vendita di alcolici, in cui il ruolo principale è svolto appunto dal bancone in legno o metallo – con la sbarra corrimano posta sotto di esso, da cui la nota espressione “avviciniamoci al bar” – che separa i clienti dalla zona in cui sono esposti e conservati gli alcolici.
…I Caffè, invece, implicano la possibilità di sedersi ai tavolini, di “fermarsi e pensare”, di ritagliarsi uno spazio di riflessione nei ritmi sempre più invadenti della contemporaneità. Tuttavia, è evidente come la modernità abbia prodotto una compenetrazione tra i due termini (per quanto restino differenze evidenti riguardo, ad esempio, agli arredi).
In tal senso, è interessante ricordare che alcuni anni fa l’antropologo statunitense Ray Oldenburg ha incluso sia i Caffè sia i bar nella categoria dei third placese, ossia quei “luoghi terzi” caratterizzati da una società informale, a metà tra l’ambito pubblico e l’ambito privato, tra l’intimo-familiare e il lavorativo-professionale.
Per quanto i Caffè si siano oggi trasformati e adeguati al mutamento delle attività, dei consumi e all’esplosione dell’individualismo, un po’ tutti continuiamo a stazionarci. Molti di noi hanno il proprio locale preferito. Altri continuano ad andarci regolarmente per informarsi sulle novità cittadine, leggere i giornali, utilizzare il wifi, seguire un evento sportivo in televisione ecc. Una trasformazione degli spazi che, nel caso dei “vecchi” Caffè, non tradisce la loro storia: luoghi di libertà, di democrazia, di uguaglianza, di civiltà. Ma anche luoghi di ambivalenza tra socialità e solitudine: in un Caffè è ancora oggi possibile sia intessere nuove conoscenze, sia costruirsi spazi privati di riflessione interiore, all’insegna di una sorta di intimità pubblica ben riassunta dalle parole dello scrittore austriaco Alfred Polgar: “Nei Caffè ci sono persone che vogliono restare sole, ma che per esserlo hanno bisogno di compagnia”.

Dall’introduzione a “Andare per Caffè storici” di M. Cerulo, ed. Il Mulino