Tra realtà e finzione, così come tra l’uso della macchina da presa e le parole, c’è uno scarto. Il cinema lo rende manifesto. Lynch lo chiarisce molto bene quando scrive che “il bello di un film sta nella capacità di raccontare un frammento di un determinato aspetto di ‘qualcosa’ che le parole non sono in grado di rendere”. A porsi è immediatamente il rapporto con la realtà, che ha almeno due caratteristiche: da una parte, richiede di affrontare numerosi quesiti sollevati da più misteri; dall’altra, è materia viva per la produzione di immagini.
Ai misteri si può provare a dare forme diverse, forse cercando anche di rispondere a quelle domande che suscitano. Ma questa possibilità per Lynch non è relegabile alla sola attività con la macchina da presa. Insieme al cinema, che chiama “medium magico”, è anche la pittura a garantirla. “In genere non è il quadro che parla ma l’individuo, fin troppo. Perciò devi lasciare che avvengano eventi casuali, stranezze”. La materia dei sogni è infatti linfa vitale per tutta la sua attività artistica: “A volte, in particolare quando sto per addormentarmi o sono a occhi chiusi, mi lascio trasportare in questo spazio in cui le immagini affiorano senza che io le solleciti. Infatti se comincio a pensarci si bloccano”. Prima di essere la ricetta per dedicarsi alla produzione delle immagini, sulla quale torniamo a breve, questo approccio rivela un altro aspetto. Il trait d’union tra le arti praticate da Lynch è il sogno, nella misura in cui tanto nel cinema e nella pittura quanto nella musica il suo problema è sempre lo stesso: dove non arrivano le parole si può provare con le immagini o con i suoni.
tratto da “Essere artisti secondo David Lynch. Il libro” di D. Dal Sasso, Artribune 4/10/2023