“È con grande dispiacere che noi, la sua famiglia, annunciamo la scomparsa dell’uomo e dell’artista, David Lynch. Apprezzeremmo un po’ di privacy in questo momento. C’è un grande buco nel mondo ora che lui non è più con noi. Ma, come avrebbe detto lui, ‘tenete gli occhi sulla ciambella e non sul buco’. È una bella giornata con un sole dorato e un cielo azzurro”.
Durante un incontro con il pubblico a Roma, nel 2006, fu chiesto a David Lynch di spiegare il senso di uno dei suoi film più amati ma anche più enigmatici: Mulholland Drive. La risposta del regista, morto giovedì a 78 anni, fu in poche parole che non poteva farlo. Disse che i suoi film nascono da “idee”, descritte come una forma di ispirazione che gli viene da un altrove non specificato. Queste “idee” una volta che lo raggiungono diventano parole di una sceneggiatura. In seguito vengono recitate da attori che ci mettono uno strato di interpretazione, aggiungendo del senso. Poi le parole diventano immagini quando vengono filmate, ci viene aggiunta una musica e infine il montaggio, tutti passaggi che modificano, arricchiscono e gonfiano il significato originario di quelle parole fino a creare il film. Per lui, diceva, era dunque impossibile a quel punto riportare quella cosa lì, così arricchita e complicata, alla forma delle parole. E forse non avrebbe avuto nemmeno senso farlo. Questa è, in estrema sintesi, la maniera in cui David Lynch considerava la parte più astratta della sua produzione, i film o le parti di film per comprendere i quali non serve la logica ma occorre usare l’intuito. Proprio la sua capacità non solo di creare qualcosa che si capisce anche con l’intuito, ma anche di riuscire a stimolare negli spettatori il desiderio di usare l’intuito al posto della logica, lo hanno reso uno degli artisti di avanguardia più popolari.
tratto da David Lynch non si può spiegare bene, di Gabriele Niola, Il Post 17/01/2025
Ho sorriso non sai quanto leggendo David Foster Wallace che specifica che i modi di interpretare “Strade perdute” sono “37, all’incirca”. Ho sperimentato grazie a te che nel sogno, nell’incubo e nella veglia l’esistenza è spesso autoironica, spesso assurda, è sempre doppia, non ha mai un solo centro, e procede in un equilibrio perennemente sbandato in prossimità del nero precipizio del male, col male che è la mia ombra, pronta a ghermirmi. Ho sempre detto a me stessa di fronte ai tuoi film, e ai tuoi telefilm, che non importava arrivare a capirli fino in fondo: l’importante era il viaggio che ogni volta mi imponevi di intraprendere verso la loro conoscenza, verso una o più d’una delle tante possibili comprensioni. Un invito alla vita, e al suo mistero che resterà sempre incomprensibile. Mistero che se però non mi sforzo continuamente di capire, tanto vale non viverla affatto, la mia vita.
tratto da “Caro David Lynch, sei stato la mia vita” di Chiara Di Clemente, Quotidiano Nazionale 19/01/2025
“Non si è obbligati a comprendere per amare. Ciò che occorre è sognare”.
David Lynch