Una fratellanza segreta

Adesso possiamo capire meglio il senso del vizio segreto di Tereza, i suoi continui e lunghi sguardi nello specchio. Era una lotta con la madre. Era il desiderio di non essere un corpo come gli altri corpi, ma di vedere sulla superficie del proprio viso “l’equipaggio dell’anima irrompere dal ventre della nave”. Non era facile perchè l’anima, triste, timida, spaurita, si nascondeva nel fondo delle viscere di Tereza e si vergognava a mostrarsi. Così era accaduto il giorno in cui aveva incontrato Tomáš per la prima volta. Lei si faceva strada tra gli ubriachi del ristorante, il suo corpo era curvo sotto il peso delle birre che portava sul vassoio, e la sua anima era in fondo allo stomaco o nel pancreas. Proprio allora Tomáš le rivolse la parola. Quel richiamo era importante, perchè veniva da qualcuno che non conosceva nè sua madre nè gli ubriachi che le rivolgevano ogni giorno i soliti commenti osceni. Il suo stato di estraneo lo elevava al di sopra degli altri.
E qualcos’altro lo elevava: teneva sul tavolo un libro aperto. In quel bar nessuno aveva mai aperto un libro sul tavolo. Un libro era per Tereza il segno di riconoscimento di una fratellanza segreta. Contro il mondo della volgarità che la circondava, essa aveva infatti un’unica difesa: i libri che prendeva in prestito alla biblioteca comunale; soprattutto i romanzi: ne aveva letti un’infinità, da Fielding a Thomas Mann. Le offrivano la possibilità di una fuga immaginaria da quella vita che non le dava alcuna soddisfazione, ma avevano significato per lei anche in quanto oggetti: le piaceva passeggiare per strada con dei libri sotto il braccio. Essi rappresentavano per lei ciò che il bastone da passeggio rappresentava per un dandy del secolo scorso. La distinguevano dagli altri.

tratto da L’insostenbile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, ed. Adelphi