Un sorriso indecifrabile

Gerusalemme, 36 d.C. Si riunisce un tribunale, si istruisce un processo, si incrociano i destini del primo martire e del santo fondatore, che ancora non ha cambiato nome.

La parola di Iesus, l’evanghelion, la buona novella, come iniziava a dirsi in greco, si diffondeva, i fedeli si moltiplicavano, le donazioni crescevano, i Dodici si lamentavano perché dovevano occuparsi di faccende terrene e non avevano abbastanza tempo da dedicare alla preghiera, le vedove battezzate si lamentavano perché, dopo avere versato i propri beni alla comunità, ci si dimenticava di loro e non ricevevano abbastanza da mangiare; fu presa allora la decisione di nominare un comitato di sette fedeli al quale affidare l’amministrazione della cassa.
I sette, con ricercata umiltà, dato che ormai le somme da gestire erano ingenti, furono chiamati gli addetti alle mense, tra essi c’era Stefano, non aveva famiglia, non si sapeva da dove venisse, se gli si chiedevano le origini taceva, quasi avesse da nascondere un dolore non ancora estinto, mascherato dietro un sorriso indecifrabile, al tempo stesso dolcissimo e senza gioia.

Se qualcuno insisteva e gli chiedeva se fosse vero quanto si diceva, cioè che aveva perso moglie e figli bambini, rapiti dai briganti o sepolti da una tempesta di sabbia nei deserti della Siria, rispondeva con quel sorriso, aggiungendo a volte una frase breve e che non confermava né smentiva: “Non si deve cercare la morte, ma neppure restare in vita a ogni costo”.
Ne avremmo capito il senso di lì a poco.

…Nelle strade di Gerusalemme divenne famoso il tocco delle sue mani, capace, si diceva, di curare i mali dell’anima, gli si attribuivano miracoli e guarigioni, c’era chi nel suo volto angelico rivedeva Iesus, tanti lo seguivano, abbracciavano la fede e gli consegnavano i beni, altrettanti perdevano eredità, doti, vigne, uliveti e frutteti.
Questi ultimi decisero che andava fermato e sobillarono il popolo contro di lui usando i soliti argomenti.
Io ero là quando gli ebrei ellenisti, riuniti nella Sinagoga dei Liberti, raccolsero il malcontento popolare e presentarono denuncia al Sinedrio.

…”Gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, sempre resistete allo Spirito Santo, voi come i vostri padri. Quale dei profeti i vostri padri non perseguitarono? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi siete stati traditori e assassini. Voi che avete ricevuto la legge dagli Angeli e non l’avete osservata”.

Ascoltando queste parole pensai che Stefano forse non cercava la morte, come diceva lui, ma di certo la sfidava. Quando poi, come posseduto da un sogno, chiuse il discorso, cambiai idea: restare in vita non gli interessava, voleva il martirio.
“Ecco, io vedo i Cieli spalancati e il Figlio dell’Uomo alla destra di Dio”.
Dopo queste parole non ci fu bisogno di attendere il giudizio del Sinedrio, la folla gridando lo afferrò, lo trascinò fuori dalla città e lo lapidò.

Subì i colpi pregando, senza alterare il volto angelico, abbellito da un’aura di beatitudine celeste e sopportazione sovrumana: così vennero trasmessi ai posteri gli ultimi istanti del protomartire Stefano, il primo a testimoniare la fede con la morte.
Quello che io notai fu il sorriso, il solito, quello di sempre, forse aveva trovato il modo di ricongiungersi a chi aveva perduto, il modo di mettere fine al suo dolore segreto.
Lo dico perché ero lì, l’ho visto morire, reggevo i mantelli di chi lo lapidava, allora ero Saulo, ancora non mi chiamavo Paolo.

tratto da La spia celeste di C. Gorno, Ed. Rai Libri