La musica dovrebbe avere un effetto. Se suoni e la gente non sente qualcosa, non stai facendo un cazzo. Questo è ciò che riguarda la musica africana. Quando senti qualcosa, devi muoverti. Voglio spingere le persone a ballare, ma anche a pensare. La musica vuole dettare una vita migliore, contro una vita cattiva. Quando ascolti qualcosa che descrive una vita migliore, e tu non hai una vita migliore, deve avere un effetto su di te.
Bordowitz, Hank (2004). Rumore del mondo: musicisti non occidentali con le loro stesse parole, ed. Soft Skull Press.
Per Fela Kuti la musica assurgeva il suo scopo più nobile: quello di veicolare un messaggio e un significato. Non si è mai trattato di musica fine a sé stessa, non era semplicemente musica, non era un vezzo stilistico. L’Afrobeat era anche uno strumento di denuncia sociale, di critica al sistema, di ribellione. Suonerà simile a chi ricorda la nascita del blues nelle piantagioni di cotone nel XIX secolo.
Al di là dell’interessante biografia di Fela, che necessariamente si intrinseca con la sua produzione musicale, ciò che mi ha colpito maggiormente quando lo ho scoperto è stato il suo avanguardismo in fatto di ritmi. Parliamo di diverse decadi di distanza, e ciò che colpisce è che ancora oggi (grazie al genere che ha contribuito a creare) se ne sentano gli echi. Il suo è un genere che va diretto allo stomaco, è movimento puro, che intrappola e incanta.
Oltre alla potenza intrinseca della sua musica, un aspetto che mi ha piacevolmente stupito è la storia del personaggio. Quell’andare oltre l’intrattenimento. È un fattore su cui ho avuto modo di pensare di recente. Mi sono chiesto quale fosse lo scopo della musica, se ne avesse uno solo o molti. Mi incuriosiva l’evoluzione del suo ruolo nella storia. Quanti passaggi ha fatto e continuerà a fare tra intrattenimento e ribellione, divertimento e comunicazione?
tratto da Alle origini dell’Afrobeat con Fela Kuti di A. Spagnolo, L’Indiependente 2/08/2020
Fela Kuti. L’Afro-beat al potere, Ondarock, A. Sallusti Ondarock