Nomade

Lenna Bahule è nata e cresciuta in Mozambico, in una casa volentieri attraversata dalla musicalità della lingua portoghese parlata e cantata in Brasile, sia attraverso le novelas targate Globo, sia con i dischi del padre, DJ, che ama ascoltare Djavan, Milton Nascimento, Ivan Lins, Ney Matogrosso, Nana Caymmi: cultura brasiliana che ha influenzato i suoi gusti musicali, ma non il modo di cantare. La sua voce ha rotondi toni alti, acuti che sanno lasciare l’eventuale vibrato proprio in fondo alla frase. Nel 2012 aveva deciso di trasferirsi negli Stati Uniti, ma la tappa brasiliana si è dimostrata tutt’altro che temporanea, trasformando San Paolo nel suo luogo d’adozione, con regolari visite in Mozambico. Poi, poco prima del lockdown, la gravidanza l’ha spinta a ritrovare casa in Mozambico.
Nel frattempo, a San Paolo, ha incontrato il mondo della percussione corporea e delle circle song: «Le pratiche di circlesong, lavorare con Bobby McFerrin mi ha molto aiutata a capire che per i brani cantati avrei potuto utilizzare anche suoni inventati, senza ricorrere a testi. L’improvvisazione è il coraggio di continuare: una volta aperta quella porta, il mio universo, il mio linguaggio creativo e improvvisativo è diventato molto più ampio: ho cominciato a considerare “bla-bla-ba” come una possibilità, non un semplice esercizio. Quando ho cominciato a sperimentare con gruppi di percussione corporea ho iniziato a sviluppare un vocabolario più ampio, a disporre di maggiori conoscenze per interagire con un’estetica anche armonica».
È nato così, nel 2016, un album splendido, Nômade. Dodici brani che stendono un ponte fra ritmi e melodie dell’Africa australe, centrale e che si affaccia sull’Oceano Indiano ed arrangiamenti afrobrasiliani che mettono al centro la voce, le melodie, le percussioni corporee intrecciate alle lingue chope, changana, xitswa, nganda, zulu, portoghese: «Per comporre non concepisco l’dea di sedermi e provare a scrivere un determinato tipo di musica. Parto dall’improvvisazione: quel che faccio di solito è trovare uno spazio libero, tutto per me, magari quando sto lavando i panni, o facendo un bagno, o camminando per strada. Allora apro la bocca, canto e vedo cosa viene fuori. A volte registro; poi nella registrazione identifico un’idea promettente e, a partire da quell’idea, comincio a comporre. Preferisco i brani senza versi specifici: in Nômade solo due canzoni hanno un testo specifico».

tratto da Lenna Bahule tra Mozambico e il Brasile di A Surian, Giornaledellamusica