Caro Colin,
non esiste una saga sul principe svedese a cui è intitolata questa storia. Se ci fosse, non credo che l’avrei scritta. Infatti non è mia intenzione emulare uno scrittore della cui opera io abbia rispetto, trattando le saghe come Tate o Cibber hanno trattato Shakespeare, agghindando i racconti epici nordici coi fronzoli moderni delle storie d’amore e della disquisizione psicologica, oppure (se si preferisce) riscrivere queste vecchie cronache ammuffite come dei romanzi oggi smerciabili. Sono inoltre tanto ingenuo da essere convinto che quelle storie grandiose siano talmente essenziali, così affascinanti, così fermamente fondate nel terreno della vita, da essere più che capaci di prendersi cura di sé stesse.
Tutto quello che vogliamo (e forse potremmo dover aspettare) è che un traduttore del calibro di Dasent o Morris prosegua il lavoro a cui costoro hanno dato un così splendido avvio.
La mia storia, quindi, non è né un’imitazione, né l’ennesima versione “migliorata” di una saga. La mia speranza é che abbia lo spirito delle saghe, perché quello spirito è vivo: è uno dei più autentici, credo, che la storia umana possa mostrare.
E.R. Eddison dalla lettera di introduzione per Styrbjörn. Il grande vichingo, ed. Fanucci