Baliano e Saladino

Il viaggio fino a Damasco fu veloce e senza insidie, tutto l’Oriente sapeva che Baliano di Ibelin, mostrando le sue insegne e un drappo bianco di pace, marciava verso il Saladino.
I tre a cavallo non furono neanche fermati alle porte della città, erano attesi e la guardia posta a scorta dei crociati ebbe solo il compito di far spostare i damasceni curiosi dal centro della via.
Ai tre cristiani furono assegnate stanze e offerto un bagno e cibo. Baliano avrebbe visto il più potente uomo d’Oriente al mattino dopo, da solo.
“Assalamo alikoum.”
“Wa alaikoum assalam wa rahmat Allah wa barakatouh.”
“Finalmente ci incontriamo di nuovo.”
Baliano ondeggiò, non aveva mai incontrato Saladino, se non nei suoi pensieri o nei suoi incubi.
“Probabilmente siete in errore, non ho mai avuto il privilegio di incontrare Yussuf ibn Ayyub, il sovrano vincitore.”
“Vi sbagliate, ero in questa stessa stanza il giorno in cui veniste a perorare la causa di vostro fratello Ugo. Voglio sperare che mai siano inviate in battaglia anche le vostre sorelle, o che non abbiate altri fratelli a mia insaputa. Perigliosa è la via che conduce a questo palazzo e voi l’avete praticata già due volte.”
Baliano ricordò lo sguardo acceso di un giovane che lo aveva infastidito quando era andato a parlamentare con Nureddin.
“Ora mi ricordo di voi, del vostro sguardo attento, ma non potevo sapere di chi fossero quegli occhi.”
“Vi guardavo perché vi ammiravo. Non so se io sarei riuscito a fare altrettanto, ad attraversare tutta la Siria per comparire da solo davanti al vostro re.”
“Sono certo che il coraggio e la saggezza che vi sono proprie vi avrebbero spinto a fare altrettanto se fosse stato catturato vostro fratello Sayf al Din.”
Saladino soppesò le parole e invitò Baliano ad uscire su una terrazza in cui regnava la penombra, il profumo dei fiori e il rumore delle fontane. Presero a giocare a scacchi, in silenzio, prendendo ogni tanto una manciata di datteri o pistacchi.
Baliano soppesava quell’uomo: era coetaneo o forse di poco più grande, era immensamente ricco e potente, disponeva di uomini e territori. Gestiva il suo regno esattamente come facevano i franchi, aveva sposato la vedova di Nureddin, aveva messo a tacere i rivali, aveva concesso onori ai suoi alleati più fedeli, era tutto sovrapponibile, tutto accettabile.
Nemmeno il credo faceva differenza, il cristianesimo e l’islam potevano anche convivere per come la vedeva Baliano.
La vera differenza stava nell’orgoglio, che per paradosso era identico per tutti gli uomini, ma creava abissi e divideva i popoli. L’orgoglio era sentimento comune, ma confluivano in quella peculiarità umana le frustrazioni, le vendette mai compiute, le insicurezze, il senso di inferiorità.
Tutte le nefandezze umane, come incanalate su una via in discesa, si fondevano nel petto dei combattenti e annientavano la ragione.
Lui era orgoglioso di essere cristiano, era orgoglioso di discendere da una stirpe pisana ed era orgoglioso di adoperarsi e lavorare per costruire benessere e pace.
Era altresì consapevole di aver desiderato la morte dell’uomo che gli stava di fronte, di averla anche commissionata e ordinata agli Assassini. Di aver attribuito a Saladino tutti i mali e tutti i danni. Lui, Baliano, non era diverso dagli altri e una sottile vena di inquietudine si stava affacciando.
Era un sentimento che mischiava ammirazione per Saladino, senso di colpa per averne desiderato la morte senza mai averlo conosciuto prima. In Baliano cresceva un senso di inadeguatezza. Il sovrano vincitore stava giocando a scacchi con lui, come fossero amici d’infanzia e fratelli nella fede.

tratto da Ibelin di Sergio Costanzo, ed. Linee infinite