Il primo rumore del giorno, a Matsue, giunge al dormiente come il pulsare di un lento, immenso cuore proprio sotto il suo orecchio. E’ un ripetersi di grandi colpi sordi e attutiti, che ha la regolarità di un battito cardiaco nella sua lontana profondità, in quel vibrare attraverso il cuscino, quasi lo si dovesse percepire col corpo, anziché udire con le orecchie. E’ il battere del ponderoso pestello del kometsuki, il trebbiatore di riso: una sorta di enorme mazzuolo di legno con un braccio di circa quindici piedi, fissato in orizzontale su un perno.
Calcando con tutta la sua forza l’estremità del braccio, il kometsuki nudo solleva il mazzuolo, che ricade per forza di gravità nel mastello del riso. L’eco sorda e cadenzata di quel tonfo è, per me, il suono più commovente della vita giapponese; è, invero, il battito del cuore della Terra.
Poi vibra sulla città il rimbombo della grande campana di Tokoji, il tempio Zenshu; poi dal tempietto di Jizo nella via Zaimokucho, vicino a casa, giunge l’eco malinconica dei tamburi che segnalano ai devoti buddisti l’ora della preghiera mattutina. E infine cominciano le grida dei primi ambulanti.“Daikoyai! kabuyakabu!”: i venditori di daikon e altre strane verdure; “Moyayamoya!”: la voce lamentosa delle donne che vendono striscioline di legno per accendere i fuochi di carbone.
tratto da Giappone di Lafcadio Hearn, ed. Ibis