Le immagini filmate venivano guardate e comandate da remoto dal regista Jonathan Glazer. Gli attori erano soli in casa con le scene da recitare, senza nessuno della troupe, senza nessun elemento del 2023, solo con i costumi e l’arredamento di una casa dell’inizio degli anni ‘40. E tutto questo perché quell’abitazione non è come le altre.
Si trattava della fedele riproduzione della casa di Rudolf Höss e della sua famiglia, il principale responsabile del campo di concentramento di Auschwitz, nonché architetto dello sterminio di massa. Per comodità si fece costruire la propria residenza confinante con il campo dove lavorava. Una casa all’interno della “zona di interesse”, cioè il termine burocratico con il quale venivano chiamati i 40 mq di territorio intorno al campo di concentramento. Così vicina al campo da condividere con esso il muro di cinta. Al di là di quel muro l’orrore della morte, al di qua una casetta altoborghese con fiori, bambini che giocano e una vita che scorre tranquilla.
…Tra quello che fa Rudolph Höss e quello che fa la sua famiglia c’è solo un muro che impedisce di vedere ma non di sentire. È il paradosso più forte, una barriera che non è realmente tale e che tuttavia basta alla famiglia Höss per fingere di non sapere, per non guardare, non vedere e non sentire sensi di colpa (forse).
tratto da “Quella casa che rende La zona di interesse un film da non perdere” di G. Niola, Domus 22/02/2024