Le armonie di Werckmeister

Le armonie di Werckmeister è un film del 2000 diretto dal maestro ungherese Béla Tarr. La pellicola è tratta dal romanzo Melancolia della resistenza (1989) di Laszlo Krasznahorkai, che insieme a Tarr ha curato la sceneggiatura, come già accaduto, per esempio, in Satantango (1994).
Spesso l’incipit di un film può rivelarci la sua essenza, la sua ragion d’essere e la summa del pensiero del suo autore. Nel caso di Tarr, il consueto uso del piano-sequenza ci dà modo di esplorare molti degli aspetti simbolici che si svilupperanno nel corso della storia. Scopriamo, dunque, cosa si nasconde nei primi nove minuti di Le armonie di Werckmeister.

La prima cosa che vediamo è una stufa chiusa. La luce irradia attraverso le sbarre come un sole che si fa strada tra le nuvole. Presto, però, questa viene spenta con dell’acqua e, spostandoci fluidamente di lato, scopriamo l’autore di questo gesto. Il proprietario della taverna torna verso il bancone ordinando a tutti i presenti di uscire per la chiusura. Tuttavia, un uomo di mezz’età e dalla corporatura robusta chiede del tempo perché «Valuska deve farci vedere».
Molto lentamente, l’uomo ci viene incontro e noi andiamo verso di lui, dichiarando il nostro momentaneo punto di vista. Appaiono, infatti, le spalle di Janos Valuska, che ci rivelano una finta soggettiva: stavamo guardando con i suoi occhi. Ora, però, indietreggiamo mentre gli uomini sgomberano il “palcoscenico” per il protagonista della storia. Béla Tarr ci fa sedere frontalmente, proprio come il pubblico in platea.

Egli prende l’uomo di prima e lo pone al centro dichiarandogli: «tu sei il Sole». La sua robustezza e il viso candido ce ne fanno presagire la somiglianza. Janos chiama un altro spettatore nella recita. «Tu sei la terra», gli ordina, insieme al comando di girare intorno al sole.
Da questo momento iniziamo finalmente ad avvicinarci per vedere bene in faccia il nostro cantore: Janos è diverso dagli altri. Il suo viso è candido, gli occhi arguti, la sua parlata denota un’intelligenza non ordinaria pur nella semplicità del suo aspetto.

Janos: «E ora avremo una spiegazione di come gente semplice come noi può comprendere qualcosa sull’immortalità».

Una dichiarazione profetica, per essere la terza frase pronunciata dal nostro protagonista. Come in una meditazione, Valuska chiede ai suoi ascoltatori (e anche a noi che gli stiamo vicini, quasi dovesse sussurrarci nelle orecchie) di seguirlo in questo viaggio nell’Universo, dove tutto è stabile e sereno. Tuttavia, egli accenna a un’altra caratteristica da tenere a mente: il vuoto infinito.

Ora ha inizio la recita. Il Sole è immobile, la Terra gli gira intorno, e noi spettatori, pianeti sconosciuti nell’universo de Le armonie di Werckmeister, ci muoviamo a nostra volta, perché «noi siamo in questo splendore». Ecco arrivare ora, dietro al demiurgo Janos, anche la Luna che volteggia insieme alla Terra. Proprio di volteggio sembrano parlare il rumore dei passi degli attori e anche la melodia canticchiata a bocca chiusa da Valuska.
Giriamo intorno alla scena in senso contrario ai pianeti finché non veniamo bloccati. «Cosa è stato?» chiede ironicamente il protagonista, instillando l’ansia dell’attesa. Con questa frase ci ha ufficialmente legati al suo racconto.
Ecco cos’è stato: un’eclissi. Il sole diventa una falce accecante e poi viene coperto, scompare proprio come il fuoco spento dall’acqua nel primo fotogramma.
Il racconto di Valuska è più serrato nel descriverci il freddo, il cielo annuvolato che indica guardando in alto e le reazioni degli animali, che egli osserva sul terreno. A noi rimane solo il riflesso dei suoi occhi che scrutano il destino del mondo.
«Ora il silenzio è totale!» afferma Janos, ma proprio adesso interviene la misura del divino: la colonna sonora di Mihaly Vig rompe il silenzio con un tocco delicato e malinconico di pianoforte. Il riferimento musicale non è casuale. Le armonie di Werckmeister fa riferimento, infatti, al sistema di accordatura ipotizzato dal compositore Andreas Werckmeister che permette di suonare in ogni tonalità. Rompendo il classico sistema di accordatura, si può liberare la musica da ogni vincolo e riscoprirne la vera essenza.

Un’altra speranza per l’Universo viene dalle immagini. La macchina da presa inizia ad allontanarsi e accoglie i dubbi di tutti che, però, vengono irradiati da una luce inattesa: quella della lampada appesa al centro della stanza. Indugiamo per un po’ in quest’eterea sospensione, prima di rituffarci verso la scena.
L’eclissi è finita. Il Sole può tornare a splendere, la Terra a girare, ci dice Janos. La musica ci culla ancora mentre la danza dei pianeti e dei nostri occhi riprende.
Mentre Valuska canticchia in tono con il brano, la scena giunge al climax: l’inquadratura viene invasa dai personaggi finora rimasti in disparte a osservare la scena. Ora non hanno più paura di vivere e si mescolano tra loro, volteggiando come un grande sistema solare.

Una tensione catartica. Una danza di anime sole e disperate che non si possono incrociare, ma che ambiscono all’infinito, alla compassione e a quell’intero istante di beatitudine di dostoevskijana memoria. Cullati dal loro idillio, non si accorgono del proprietario della taverna che va ad aprire la porta e ordina a tutti di uscire, incurante della bellezza del mondo. Valuska, che abbiamo seguito in carrellata, gli fa solo notare che non aveva ancora finito, prima di prendere la porta e uscire chiudendo una magistrale sequenza iniziale.

G. De Santis in Arte Settima 3/03/2021