A un fan che le ha inviato una canzone scritta da ChatGPT «nello stile di Nick Cave», ha risposto che era «una schifezza». L’IA la preoccupa o al contrario ritiene che la sua incapacità di produrre qualcosa di buono ci aiuterà a valorizzare il processo creativo?
«La mia obiezione non riguardava l’IA in generale. Nel bene e nel male, siamo inestricabilmente immersi nell’intelligenza artificiale. Piuttosto, provo tristezza e delusione al pensiero che ci siano persone intelligenti convinte che l’atto artistico sia così banale da poter essere replicato da una macchina. Lo trovo offensivo. Non c’è alcuna ragione terrena per cui dobbiamo inventare una tecnologia capace di imitare questo bellissimo e misterioso atto creativo. In particolare scrivere una canzone. Che, se buona, ti dice qualcosa di te che ancora non sapevi. Questo è il punto. Non si può imitare. La buona canzone è sempre in corsa. Cancella quanto avevi scritto in precedenza, perché sei sempre in cammino. Ecco cos’è l’impulso creativo: sia positivo sia distruttivo è sempre un passo avanti a te. Questi impulsi non possono essere replicati da una macchina. Forse l’IA può comporre una canzone indistinguibile dalla mia, forse persino migliore. Ma per me non ha importanza: l’arte non è questo. L’arte ha a che fare con i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri difetti di esseri umani. È la distanza che possiamo mettere tra noi e le nostre fragilità. Quindi, secondo il mio modesto parere, ChatGPT dovrebbe andare a farsi fottere e mettere da parte la scrittura di canzoni».
tratto da “Nick Cave, anche il dolore ha la sua eleganza”, intervista con Nick Cave di Amanda Petrusich, Vanity Fair 18/05/2023