Shane

Rimetti il tetto. Chiudi tutto. Trincerati.
Bevi da tazze di stagno. Sperimenta
il freddo della dispensa, saliscendi, spranga,
molle forgiate, grata. Tocca il trave,
batti ferro nel muro, tendi il filo
per controllare se architrave, cappa,
cimassa sono a piombo.
Risistema la pietra della soglia.
Scruta e squadra dal finestrino
sul fianco della casa.
Concentrati sul pavimento trascurato.
Affonda ogni impulso come un bullone.
Fortifica il baluardo della sensazione.
Non entrare nella Lingua per incertezza.
Non esitare quando ci sei dentro.

Seamus Heaney, Poesie, ed. Mondadori

Quello che è poi diventato un paradigma musicale noto come folk-punk allora era un linguaggio nuovo, irresistibile e irriverente che scandalizzava i puristi ed entusiasmava i kids, mentre Shane cantava le strade buie di Londra e la Dirty Old Town dipinta da un baluardo della tradizione come Ewan MacColl, le ultime ore sul letto di morte dell’eroe mitologico irlandese Cú Chulainn, avventure sessuali e risse da bettola, ubriaconi, fuorilegge e tragedie marine. Era il capitano farfugliante di una ciurma di pirati che si esaltavano nelle frenetiche rincorse tra chitarre, mandolini, banjo, tin whistle, fisarmoniche e batterie (nella baldoria alcolica, travolgente e spagnoleggiante di Fiesta partiva anche una frecciata velenosa in direzione di Elvis Costello, produttore dell’album Rum, Sodomy and the Lash e della sua nuova moglie nonché ex bassista del gruppo Cait O’Riordan).

Ma era anche e soprattutto nelle ballate come A Rainy Night in Soho che Shane, ringhiando e smozzicando le parole, dispensava la sua grazia scomposta e il suo stropicciato romanticismo, stringendoti il cuore quando con desolata accoratezza raccontava la ferocia insulsa della guerra (And the Band Played Waltzing Matilda di Eric Bogle) o lo spirito irrequieto e vagabondo di chi vaga ai margini della società inseguendo l’amore e un paio di occhi castani. A Pair of Brown Eyes è diventato un evergreen, il suo classico più famoso naturalmente dopo Fairytale of New York, che di If I Should Fall from Grace with God resta il pezzo forte e il sigillo di immortalità. Cambia l’ambientazione – l’America, stavolta – ma non i personaggi: barboni e diseredati che imprecano al cielo e alla luna, si affibbiano i peggiori epiteti eppure si stringono in un abbraccio che non vorrebbe mai finire, proprio come in una favola vista dalla parte dei perdenti.

Rimane la più bella, la più struggente, la più anticonvenzionale canzone di Natale che sia mai stata incisa, baciata anche da un imprevedibile ritorno di fiamma, in Irlanda e in Inghilterra, ogni volta che le festività di fine anno si riavvicinano Era «la nostra Bohemian Rhapsody», diceva lui, coinvolgendo in quell’aggettivo possessivo i Pogues e la sua indimenticabile partner di allora, Kirsty MacColl, la figlia di Ewan che alla fine del 2000 morì per un assurdo incidente acquatico in Messico. Quel tragico episodio aveva tolto a Shane la voglia di cantarla: ma dall’associazione con quella canzone ora, meno che mai, potrà liberarsi, anche se con i Pogues e poi con i Popes ha fatto altri bei dischi, altre canzoni degne di essere ricordate.

Nel bellissimo documentario dedicatogli due anni fa da Julien Temple, Crock of Gold, confessava la speranza di essere ricordato come un salvatore della musica tradizionale irlandese, ma ha fatto molto di più: diventando «uno degli autori più importanti del secolo» (nelle parole di Joe Strummer, suo amico intimo come Pete Doherty e Johnny Depp), impiegando ogni goccia di alcol ingurgitato (o almeno è bello pensarlo) per distillare poesia, sondando i bassifondi per elevare il suo e il nostro spirito in alto, oltre le miserie terrene.

tratto da L’uomo che ha preso a calci in culo il folk: un ritratto di Shane MacGowan, Rolling Stone 1/12/2023

Shane MacGowan in 15 canzoni da Rolling Stone 5/12/2023
Radici folk e spirito punk, storie di emigrazione, personaggi brutti e dannati, feste alcoliche, una marcia funebre e una canzone natalizia disperata e bellissima.