Ettore Bergamini era stato partigiano a Monte Sole, sull’Appennino, con la Brigata “Stella Rossa” del maggiore Mario Musolesi, il mitico “Lupo”.
Aveva partecipato a scontri a fuoco violentissimi, interminabili.
Aveva usato esplosivi, teso imboscate, giustiziato nemici, combattuto a fianco di inglesi, cecoslovacchi, russi, e perfino un indiano, Sad. Non un pellerossa, un indiano dell’India, col turbante in testa.
Aveva visto Ettore Ventura “Aeroplano” caricare i tedeschi in groppa a un cavallo bianco.
Aveva visto la madre di Fonso capitare nel bel mezzo di un combattimento, incurante delle pallottole, una spedizione di chilometri per portare al figlio una ciotola di zabaione.
– Poverino, sono ore che stai combattendo, e non hai mangiato niente!
Fonso l’aveva guardata, stravolto, incapace di credere a ciò che vedeva.
Poi aveva bevuto lo zabaione e aveva detto:
– Grazie, mamma. Però adesso ti metti al riparo!
Il 27 giugno, per via di gravi divergenze strategiche e politiche con Lupo, Sugano Melchiorri aveva formato un nuovo battaglione di quarantasei partigiani. Tra loro c’era anche Ettore.
Dopo mille vicissitudini, la “Stella Rossa-Sugano” era scesa in pianura ed era confluita nella Settima Gap, distaccamento di Anzola.
…Nell’ottobre del ’44 avevano preso parte alla battaglia di Porta Lame, tre giorni da non crederci, l’unico scontro aperto tra tedeschi e partigiani all’interno di una città europea.
Il 21 aprile del ’45 Ettore aveva liberato Bologna, a fianco degli altri compagni.
…Dolore, lacrime, paura, odio. Ma anche euforia, voglia di farla finita con la guerra e il fascismo, desiderio di costruire un’Italia nuova. La vita aveva senso, in quei giorni, non era solo correre da un’ora all’altra, trascinarsi da un giorno all’altro.
Perché negarlo? Ettore lo sapeva: quei mesi in montagna erano stati i più belli della sua vita. Dopo non c’era più stato niente davvero interessante.
Non si diresse verso casa. Girò in via Lame, e arrivò alla Porta. Il cielo era pieno di stelle, centinaia di stelle, forse un migliaio.
Lo aveva già fatto mille volte, lo fece ancora.
Ricordò la battaglia, sparo dopo sparo.
C’era nebbia, e qualcuno urlava:
– Garibaldi combatte!
Lui aveva gridato a pieni polmoni:
– Stella rossa vince!
tratto da 54 di Wu Ming, ed. Einaudi