Qualunque cosa accada

Qualunque cosa accada: il mondo desolato
ricade indietro nel crepuscolo,
un elisir gli offrono i boschi perché dorma,
e dalla torre che la vedetta lasciò vuota
gli occhi della civetta calmi e fermi scrutano.

Qualunque cosa accada: tu sai il momento,
mio uccello, prendi il tuo velo
e giungi a me per la nebbia.

Vagano i nostri occhi nell’orbita abitata dalla feccia.
Tu segui il mio cenno, portandoti fuori
in un vortice di piume e calugine –

Grigio compagno della mia spalla, mia arma,
adorno di quella penna, mia unica arma!
Mio unico fregio: il tuo velo e la tua penna.

Quand’anche nella danza degli aghi sotto l’albero
la pelle mi bruci,
e il cespuglio che giunge all’anca
mi tenti con foglie speziate,
quando le mie chiome guizzano
ondeggiando e bramano madore,
detriti di stelle rovinano proprio sui miei capelli.

Quando sotto un elmo di fumo
nuovamente so cosa accade,
o mio uccello, o soccorso mio della notte,
quando nella notte divampo,
crepita nella macchia scura
e la scintilla da me stessa estraggo.

Quando infuocata come sono rimango,
e amata dal fuoco,
finché resina stilla dai tronchi
goccia a goccia sulle ferite, e calda
di sé intesse la terra,
(e quand’anche il mio cuore tu predassi di notte,
mio uccello in fede e mio uccello per sempre!)
nella luce si mostra la vedetta
che tu, placato,
in calma maestosa volando raggiungi –
qualunque cosa accada.

Mio uccello
Ingeborg Bachmann da “Invocazione all’Orsa Maggiore”, ed. Adelphi