29 canzoni e un crocicchio

Ma oltre la leggenda c’è la storia. Quella che non crede al soprannaturale e che cerca le prove terrene, i fatti. E i fatti dicono che Robert Johnson non sparì, ma se ne tornò per un periodo nella sua cittadina di nascita, Hazlehurst. Qui ebbe un ottimo maestro di chitarra in “Ike” Zimmerman. I due passavano ore ed ore a suonare la chitarra, spesso nel cimitero “perché lì nessuno se ne poteva lamentare” secondo alcuni, secondo altri, tra cui Ike, perché gli spettri e gli spiriti aiutano a imparare quella musica. Fatto sta che Johnson si allena tanto, vuole dimostrare di essere il migliore al suo ritorno, e in quei pochi anni lo dimostra riuscendo a fare cose con quelle corde che neanche i suoi idoli potevano permettersi. E anche la morte, pare del tutto terrena, altro che diavolo, solo un marito geloso.
Intanto in una metropoli stava succedendo qualcosa che aveva a che fare con questa storia. Il produttore discografico e grande scopritore di talenti, John Hammond, stava mettendo su uno spettacolo al Carnegie Hall di New York per i giorni a ridosso del Natale del 1938. Un concerto che potesse raccontare come il jazz, lo swing, le grandi orchestre, in qualche modo affondino le loro radici, in quel blues rurale. E siccome Hammond è uno che la musica la conosce e soprattutto ha le antenne ben sintonizzate sulle novità, si mette sulle tracce di Robert Johnson per portarlo in quel teatro. Quando si abbassano le luci, al centro delle tavole del palco, c’è la voce di Robert e il suono della sua chitarra, ma lui non c’è, è morto qualche mese prima. Un fonografo suona le sue canzoni svelandolo a un mondo più vasto. Questa prima ondata di interesse nei suoi confronti, porterà alle prime stampe dei suoi dischi. Nel tempo ci saranno continue ristampe di quelle ventinove canzoni belle, affascinanti e maledette.

tratto da “Robert Johnson e il patto col diavolo” di E. Razzano, L’Indiependente 23 settembre 2020

A soli 27 anni, se ne andava il King of The Delta Blues. Un regno effimero che avrebbe poi avuto altri successori. Elmore James, che suonò con lui e Williamson, Muddy WatersWillie DixonHowlin’WolfJohn Lee Hooker portarono il blues a Chicago e lo elettrificarono, lanciando un genere e uno stile che ha lasciato un segno indelebile nel rock a venire. Gli Stones incisero Love in Vain, i Led Zeppelin Traveling Riverside Blues, i cui testi sono parzialmente ripresi anche in The Lemon Song su Led Zeppelin II. Non si contano le versioni di Crossroads, tra cui quelle di Eric Clapton con i Cream e Stephen Stills. Clapton gli ha dedicato l’intero album Me and Mr. Johnson del 2004 che contiene quattordici dei suoi brani eseguiti con rispetto e devozione.

«Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. […] Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana.» 

Di Robert Johnson restano 29 canzoni immortali che vanno giustamente elencate una per una, con la data di incisione. E’ una sorta di canone del blues a cui molti attingono tuttora. Quasi un secolo dopo, come avviene con i grandi classici.

tratto da “Robert Johnson , il bluesman che inventò il rock and roll (insieme al diavolo)”, Musiclike 25 novembre 2022

Siamo invece nel 2004 quando Eric Clapton decide di immortalare su cd la sua innata passione per il blues e per il Signor Johnson: “La prima volta che ho ascoltato Robert Johnson ebbi l’impressione di ascoltare una conversazione privata. Fui costretto a smettere, ma in seguito dovetti tornare a lui. Ogni volta mi piaceva sempre di più e divenne, per molto tempo, l’unica cosa che ascoltavo. Divenne la pietra d’angolo del mio archivio musicale mentale”. Molti puristi storceranno il naso di fronte a questo album di cover, lo stesso Clapton condivide con Richards l’idea che la bravura di Robert Johnson è praticamente inarrivabile: proviamo però a considerare “Me and Mr. Johnson” come una dichiarazione d’amore, come un album sofferto sul quale Clapton ha lavorato assiduamente per due anni e ci accorgeremo della sua bellezza e della sua importanza.

dalla recensione dell’album Me and Mr. Johnson di Eric Clapton di L. Meneghel, Mescalina, 6 maggio 2004