Hai intitolato il tour europeo Let X = X. Nel brano omonimo c’è un verso che dice “il cielo è blu, ci sono i satelliti stanotte” e lo scrivevi 41 anni fa. Oggi la gente è più interessata a fissare uno schermo che le stelle: hai visto nel futuro?
Non so leggere nel futuro. Anche se qualche verso dopo, nello stesso brano, dico di riuscirci e lo immagino come un luogo che si trova “70 miglia ad Est”. In effetti se pensiamo al futuro come un luogo, un poco riusciamo a sbirciare, ma prevederlo è impossibile. Molta gente ha una relazione strana col futuro, ovvero cercano di farlo accadere, di avverare i propri sogni. Ma è difficile riuscirci perché è pieno di sorprese e se provi a controllarlo allora ti perdi la vera follia che è la vita.
Quando l’hai capito?
Non subito. Ma ho vissuto gli anni ’60 e in quel periodo chi aveva troppi piani ci faceva pena. La gente che pensava «andrò al college, mi sposerò, farò questo lavoro, questa vita, avrò quest’auto» noi la guardavamo come fosse matta. Volevamo solo danzare in mezzo alla strada e sentirci liberi e abbiamo anche trovato il modo di farlo. Ora è diverso e c’è ancora più gente orientata a pianificare. È come se ciascun individuo fosse una mini corporation con tanto di business plan. Lasciare le cose al destino non è più un’opzione.
Lo è stata per te?
Per me non si è trattato solo di lasciare le cose al destino ma anche di farmi guidare verso opportunità inaspettate, non solo per punto preso ma perché così le cose diventano più interessanti e divertenti. Non vorrei sembrare superficiale, ma cerco di divertirmi parecchio in questa vita.