C’era una volta Ned Ludd

Non cantar più i tuoi vecchi versi
sull’audace Robin Hood
le sue prodezze solo un poco ammiro
Io canterò le imprese del generale Ludd
ora l’eroe del Nottinghamshire

Nelle cinque contee che compongono proprio il cuore della Britannia – Yorkshire, Lancashire, Cheshire, Derbyshire e Nottinghamshire – si trova un’area triangolare a tutt’oggi “marchiata” dalla leggenda di Robin Hood.
…E’ probabile che uno dei personaggi al centro della leggenda sia stato vittima di una precoce politica industriale della monarchia inglese in ascesa, che incoraggiava l’industria forestale tra i nativi, trasformando alcune delle foreste centrali da patrimonio comune a terreno di pascolo per le pecore, mentre le sue difficoltà con lo sceriffo di Nottingham ebbero senz’altro origine dal contrasto tra il suo desiderio di continuare a usufruire dei boschi – per il cibo e la legna, come il padre e il nonno avevano fatto prima di lui – e la politica reale (proclamata nel 1217-18) che prevedeva l’abbattimento delle foreste per adibirle a pascolo.
Questo conflitto tra nuovo e antico, tra consuetudine e commercio, fu drammatico a sufficienza per radicarsi nelle tradizioni locali, per prender vita in diversi poemi del passato – più esattamente nel Lyttell Geste of Robin Hode del 1495 – per essere successivamente ripreso da diversi romanzieri romantici del primo Ottocento – in particolare da Scott con Ivanhoe – e tradursi nelle fiabe e nei film moderni.
…Tuttavia ì, nonostante il perdurare di questa leggenda, nella realtà storica fu la politica monarchica della lavorazione del legno e del disboscamento delle foreste comunali a prevalere. I centri forestali furono recintati e coltivati, liberati per il pascolo e, nel giro di qualche secolo, delle immense foreste di Barnsdale e di Sherwood non vennero lasciati che sporadici gruppi di conifere e poche querce maestose in aree inadatte allo sviluppo; la tessitura della lana divenne l’industria principale d’Inghilterra e gli indumenti di lana costituirono per secoli l’esportazione più importante, un’impresa sostenuta e protetta da re e parlamenti, che si susseguirono fino al XIX secolo.
…I luddisti – molti dei quali erano tessitori, cardatori e conciatori di lana, ma molti altri artigiani nel mercato del cotone, che divenne sempre più importante alla fine del XVIII secolo – furono, come i Merry Men di Robin, vittime del progresso, o di ciò che era ritenuto tale.
Dopo aver lavorato per secoli fuori dalle loro casette di campagna e dalle piccole botteghe di villaggio con macchinari, che, sebbene nient’affatto semplici, potevano essere manovrati da una sola persona, assistita magari da bambini, improvvisamente essi videro introdursi nei loro commerci, o incombervi sopra minacciosamente, nuove e complesse attrezzature prodotte in grande scala, sistemate di solito in edifici a più piani innalzati nelle loro antiche valli.
Peggio ancora, videro l’ordinamento sociale – fondato su arte, tradizione e comunità – cedere terreno ad un’organizzazione industriale invadente e alle sue tecnologie, a nuove regole di mercato, a nuove conformazioni di città e di campagna al di fuori del loro controllo e della loro comprensione.
Quando si sollevarono contro tutto ciò, per quindici tempestosi mesi al principio del secondo decennio del XIX secolo, lo fecero con più ferocia e determinazione di Robin Hood e vennero sconfitti da una forza di gran lunga maggiore di quella che comandò re Giovanni.
…Soprattutto la loro minaccia all’ordine costituito – in parte effettiva, in parte esagerata – provocò il più grande accesso repressivo che la Britannia abbia mai attuato nella sua storia contro dissidenti interni, che includeva squadre di spionaggio e di polizia speciale, milizia volontaria e bande di armati, incursioni notturne, condanne all’impiccagione, punizioni spietate e una guarnigione di soldati, nelle regioni coinvolte, perfino più numerosa di quella partita con Wellington cinque anni prima per combattere gli eserciti napoleonici.
Ultima, e forse più importante considerazione: i luddisti non erano solo ritenuti una minaccia all’ordine, alla stessa stregua della marmaglia riottosa o dei cospiratori rivoluzionari del passato, ma anche, per certi versi non sempre chiari, una minaccia al progresso industriale stesso.
Furono ribelli di un genere unico, ribelli al futuro assegnato loro dalla nuova politica economica, poi mantenutasi in Inghilterra, in cui era implicito che chi controllava il capitale fosse in grado di fare qualunque cosa desiderasse; politica incoraggiata dal governo e dal re, senza grandi ostacoli legali, etici o consuetudinari a porre dei limiti.
La vera sfida dei luddisti non fu tanto materiale, contro macchine e stabilimenti, quanto morale: una sfida che chiamava in causa, sul terreno della giustizia e dell’equità, le premesse fondamentali di quella politica economica e la legittimità dei principi di profitto sfrenato, di competizione e di innovazione che ne erano alla base. E’ per questa ragione che gli artefici del nuovo industrialismo e i suoi beneficiari sapevano quanto fosse necessario soffocare quella sfida, negare e cancellare le antiche consuetudini e i costumi tradizionali, che ne erano il presupposto, affinché la forza lavoro fosse sufficientemente malleabile e le nuove condizioni di impiego stabili quanto basta da permettere, a quella che ora chiamiamo Rivoluzione Industriale, di trionfare senza impedimenti.
Ecco perché, sebbene la distruzione delle macchine, come forma di rimostranza per le ingiustizie sul lavoro abbia fatto parte della protesta industriale fin dal tardo Seicento, questa forma di lotta, diretta alle macchine stesse come artifici simbolici di una tecnologia spaventosa, si fissarono nella coscienza britannica proprio all’inizio della moderna trasformazione.
Ecco perché il termine luddista, insieme a tutti i simboli e alle idee che evoca, è rimasto come parte indelebile del linguaggio sin da allora, similmente al nome di un altro gruppo di dissidenti inglesi, i puritani.
In un romanzo intitolato Ben o’ Bill’s, the Luddite – il titolo si riferisce a Ben Bamforth, figlio di Bill Bamforth, appellativo comune in Inghilterra, dove i nomi per i figli erano limitati e senza fantasia – due storici dello Yorkshire, basandosi sulle memorie e le conversazioni con un sopravvisuto che aveva partecipato ai fatti, ricostruirono, a fine Ottocento, il racconto più dettagliato pervenutoci di quanto un luddista può aver pensato e fatto.
“Mi ferisce dolorosamente” dice Ben da vecchio, “che il popolo oggi comprenda così poco le azioni di noi luddisti”.

tratto da Ribelli al futuro. I luddisti e la loro guerra alla Rivoluzione industriale di Kirkpatrick Sale, ed. Arianna editrice