Il suo talento era naturale come il disegno fatto dalla polvere sulle ali di una farfalla. Sulle prime lui non l’aveva capito più di quanto lo capiva la farfalla e quando veniva guastato o cancellato non se ne accorgeva. Più tardi si rese conto dei danni subiti dalle sue ali e di ome erano fatte e imparò a pensare. Aveva ripreso a volare e io ho avuto la fortuna di conoscerlo proprio dopo un felice momento della sua attività di scrittore anche se non della sua vita.
…Un giorno o due dopo il viaggio Scott arrivò con il suo libro. Aveva una sovracoperta sgargiante e ricordo di averla trovata imbarazzante per la violenza, il cattivo gusto e l’aspetto equivoco. Sembrava la copertina di un libro di fantascienza scadente. Scott mi disse di non farmi condizionare da quella, che richiamava un cartellone prubblicitario lungo una grande strada di Long Island che era importante nella storia. Per leggere il libro io la tirai via.
Quando ebbi finito il libro capii che qualsiasi cosa Scott facesse, e in qualsiasi modo assurdo si comportasse, io dovevo rendermi conto che era come una malattia ed essergli di aiuto per quanto potevo e cercare di essergli davvero amico. Lui aveva molti buoni, buoni amici, più di chiunque altro di mia conoscenza. Ma io mi arruolai come uno in più, potessi o non potessi essergli di qualche aiuto. Se era riuscito a scrivere un libro bello come Il grande Gatsby ero sicuro che poteva scriverne uno anche migliore.
dal racconto Scott Fitzgerald in Festa mobile di Ernest Hemingway, ed. Mondadori