Ricordo come sarà guardarti quando avrai solo un giorno di vita. Tuo padre avrà fatto un salto alla caffetteria dell’ospedale, tu sarai sdraiata nella culla e io mi chinerò sopra di te.
Avrò partorito da poco, e mi sentierò ancora uno straccio. Mi sembrerai davvero molto piccola, considerato quanto mi sono sentita enorme durante la gravidanza. Avrei giurato che ci fosse spazio abbastanza per qualcuno molto più grande e robusto. Le tue mani e i tuoi piedi saranno lunghi e sottili, non ancora paffuti. Avrai il viso tutto rosso e grinzoso, le palpebre gonfie e serrate, sarai in quella fase in cui i bambini somigliano a degli gnomi, prima di somigliare a dei cherubini.
Ti siforerò la pancia con un dito, meravigliandomi per la tua pelle incredibilmente morbida, chiedendomi se perfino la seta non sarebbe in grado di graffiarti il corpo come iuta. Ti contorcerai un po’, agitandoti e scalciando prima con una gamba e poi con l’altra.
Riconoscerò allora gli stessi movimenti che avevo sentito spesso dentro di me. Dunque è così che faceva, mi dirò.
La prova di quel legame unico, la certezza per una madre di aver portato dentro di sé proprio quella creatura, mi farà sentire euforica. Pur non avendoti mai visto, sarei riuscita a riconoscerti in mezzo a un mare di bambini. No, quella no. No, neanche quella. Un attimo, quella là in fondo.
Sì, è lei. E’ la mia.
tratto da Storia della tua vita in Storie della tua vita di Ted Chiang, ed. Frassinelli