Se la Torre giacesse distesa lungo la piana di Shinar, per percorrerla da un estremo all’altro ci vorrebbero due giorni di cammino. Dal momento che la Torre si staglia invece verso il Cielo, per scalarla fino in cima è necessario un mese e mezzo, sempre che si salga a mani vuote. Solo in pochi però s’inerpicano fin lassù senza trasportare nulla; gli uomini perlopiù trascinano con sé dei carri di mattoni che ne rallentano notevolmente l’andatura. Trascorrono quattro mesi dal giorno in cui un mattone viene caricato a quello in cui viene prelevato dal carro per divenire parte della Torre.
Hillalum era sempre vissuto nell’Elam, e di Babilonia sapeva solo che comprava il rame della sua terra. I lingotti di rame scendevano il Karun su barche che navigavano verso l’Eufrate fino al Mare Inferiore. Hillalum e gli altri minatori viaggiarono via terra, insieme a una carovana di onagri stracarichi. Attraversarono a piedi le pianure, percorrendo un sentiero polveroso che scendeva dall’altopiano e s’inoltrava nei campi verdeggianti intervallati da argini e canali.
Nessuno di loro aveva mai visto la Torre. Cominciò a essere visibile quando per raggiungerla mancavano ancora diverse leghe: una linea sottile come un filo di lino che vibrava nell’aria bollente, spiccando su una crosta di fango che era in realtà Babilonia. Quando si avvicinarono, quella crosta sembrò sollevarsi trasformandosi nelle mura possenti della città, ma i loro occhi erano tutti per la Torre.
Abbassando lo sguardo a livello della pianura fluviale, notarono i segni che la Torre aveva lasciato all’estremo della città: l’Eufrate stesso scorreva ora sul fondo di un ampio letto infossato, scavato a quel modo per ricavare l’argilla con cui plasmare i mattoni. A sud si vedevano file e file di fornaci ormai spente.
Avvicinandosi alle porte della città, la Torre si rivelò più imponente di quanto Hillalum avesse osato immaginare: un’unica colonna ampia all’incirca quanto un tempio, e che ciò nonostante si proiettava tanto in alto da assottigliarsi fino a scomparire. Camminavano tutti con il capo rovesciato all’indietro, socchiudendo gli occhi per via del sole.
Nanni, un amico di Hillalum, gli diede di gomito sbalordito: “E noi dovremmo salire lassù? Su quella cosa?”
“Salire per scavare: sembra…innaturale.”
I minatori raggiunsero l’ingresso principale delle mura a occidente, da cui in quel momento stava partendo un’altra carovana.
Mentre si raggruppavano nella sottile striscia d’ombra proiettata dalle mura, Beli, il caposquadra, si rivolse urlando alle sentinelle di guardia nei torrioni.
“Siamo i minatori chiamati dalla terra di Elam.”
Le guardie parvero rallegrarsi, e una di esse replicò:
“Siete quelli che devono scavare nella Volta Celeste?”
“Sì, siamo noi.”
tratto dal racconto Torre di Babilonia di Ted Chiang in Storie della tua vita, ed. Frassinelli