Il mio noviziato di Colette era un libro perfettamente calibrato, e però anche autobiografico. Notoriamente il coincidere di questi due aggettivi è raro in letteratura, così da rendere ancora più ammirevole il caso. Gli ingenui ritengono che la propria biografia consista in un racconto di sé o peggio in un tirar fuori i propri sentimenti, come se il meglio di noi, nostro io più alto, consistesse in un raffinamento interiore.
Questa pessima mistica trascura che sono gli eventi, quanto è esterno al corpo e alle anime, la vera materia nella quale l’io di chiunque viene forgiato. E perciò i più autentici e migliori libri autobiografici sono, per un solo apparente paradosso, dei libri di biografie altrui. Così come è per Il mio noviziato, libro di memorie occupato dal perfido, imprenditore del falso, avido, abissale Monsieur Willy.
…Eppure a questo marito morboso, venale imprenditore e genio del falso, Colette dovette d’essere diventata una scrittrice. Ci vivrà assieme ancora fino al 1906, quando, dopo tredici anni di matrimonio, irritata dalle sue infedeltà, più che dai furti letterari, lo abbandonerà. Ma ormai dal di fuori plasmandola, gli innumeri e svariati vizi venali ed erotici di Willy avevano partorito in un feroce apprendistato l’io migliore, la biografia di Colette.
E tuttavia solo nel 1936, cinque anni dopo che Monsieur Willy era morto settantenne, Colette riuscì a descriverlo e a descriversi, con pagine memorabili.
tratto da Monsieur Willy, agorafobo in Eccentrici di Geminello Alvi, ed. Adelphi