L’essere “minore”

L’essere “minore” esprime un concetto al quale egli rimase sempre fedele, difendendolo strenuamente per tutta la vita: perseverare nel condividere con i poveri e i deboli la loro esistenza precaria di emarginati, l’unico modo, secondo il futuro santo, di non entrare nella logica di un potere che costringe a salvaguardare e difendere ciò che si è conquistato, e a vedere un nemico in chi lo insidia. Al vescovo Guido d’Assisi che lo consigliava paternamente di mitigare la condotta troppo rigida della fraternità (“la vostra vita mi sembra dura ed aspra, poiché non possedete nulla a questo mondo”), Francesco rispose: “Signore, se avessimo dei beni, dovremmo disporre anche di armi per difenderli. E’ dalla ricchezza che provengono questioni e liti, e così sono impediti in molte maniere tanto l’amore di Dio quanto l’amore del prossimo. Perciò non vogliamo possedere alcun bene materiale in questo mondo”.
Francesco si ferma qui; non aggiunge il facile corollario: “anche tu dovresti cambiare”. Nel progetto del santo – altro punto da sottolineare – è solo attraverso l’esempio positivo che si può indurre qualcuno a mutare e correggersi; attraverso l’esempio, più ancora che attraverso le parole, le quali comunque non devono suonare attacco e accusa, ma solo fraterna esortazione da pari a pari.

tratto da Vita di un uomo: Francesco d’Assisi di Chiara Frugoni, ed. Einaudi