Nel 1224 Francesco decide di trascorrere la quaresima di San Michele – i quaranta giorni precedenti al 29 di settembre, festa dell’Arcangelo – alla Verna, nei pressi di Arezzo.
…Inflessibile, disumano e fanatico lo giudicano molti dei suoi oppositori, persino orgoglioso e vanaglorioso, in quel suo ostinato persistere sulla strada della povertà assoluta; ma, senza la povertà, il suo cammino gli apparirebbe vuoto, come privato del sale e del lievito: un sentiero cieco, che non conduce in nessun posto. Fare a meno della povertà significherebbe per lui rinunciare all’essenziale del suo progetto, scrutare paesaggi che non gli corrispondono interiormente, percorrere strade che non sono le sue, incontrare ostacoli che non sta a lui superare.
Non valutano – quelli che gli sono contrari – cosa gli stiano chiedendo: conventi sicuri, dispense riempite, esenzione dal lavoro manuale, possesso di libri, cavalcature per gli spostamenti, incarichi influenti, possibilità d’incidere sulle grandi questioni della storia cristiana. Richieste pure ragionevoli, se avanzate da uomini ragionevoli, ma che lui non può accogliere, né tutte né in parte, senza decidere prima di buttare a mare il suo ordine tutto, cancellando d’un colpo i quindici anni trascorsi.
Numerosi ministri si recarono da frate Elia, vicario di Francesco, e gli dissero: “abbiamo sentito che questo frate Francesco sta facendo una nuova Regola, e temiamo che la renda così dura da non poter essere osservata. Noi vogliamo che tu vada da lui e gli riferisca che noi non vogliamo essere obbligati a quella Regola. Che la faccia per sé, e non la faccia per noi”.
“Questo frate Francesco” lo chiamano ormai i frati dottori, come se si trattasse di un frate qualunque, come se si trattasse di un loro pari.
…Su ciò che Francesco vide e fece in quei quaranta giorni passati tra le rocce e le leccete dell’aretino sono corsi fiumi d’inchiostro, perché in quei giorni Dio gli avrebbe concesso un segno, un sigillo speciale: le cicatrici delle sue stimmate.
…Dopo il soggiorno alla Verna, se il suo spirito si rialza, il suo corpo frana, assalito dall’acuirsi delle malattia.
Tornato ad Assisi, Francesco decide inaspettatamente di soggiornare a San Damiano.
Siamo nel marzo del 1225 e, quindi, ad un anno dalla sua morte.
San Damiano è stato il suo primo ricovero, subito dopo la conversione, e San Damiano è ora la casa delle sorelle.
Trascorre lì, in una celletta di frasche, a ridosso del loro monastero, circa cinquanta giorni. Di notte i dolori si fanno più pesanti da sostenere e lo tormenta un gruppo nutrito di topi, animali che tollera a malapena, e che non smettono d’invadere il suo letto e la sua mensa, senza mostrare di voler abbandonare le proprie posizioni.
Nonostante il disagio, resiste e, giorno dopo giorno, inizia a respirare i ricordi dei suoi inizi che ancora abitano lì: li setaccia con la mente, li passa nell’anima, li ripercorre, li misura e probabilmente vi ritrova l’unità profonda del suo gruppo primitivo, di uomini e di donne, che a San Damiano hanno mosso i loro primi passi.
Quel luogo è carico di una forza positiva, è carico della loro storia, ed è mantenuto fertile dalla presenza viva delle sorelle che nel silenzio del loro monastero – ormai chiuso al mondo – non smettono d’invocare su di lui la protezione celeste.
…Ma come può il loro amore varcare la porta ormai chiusa del loro convento? Farsi braccia che lo stringono e lo confortino?
Eppure qualcosa di quel loro inerme ma ostinato amore passa. Qualcosa deve, infine, raggiungerlo, se dopo una notte insonne, alla presenza ostile dei topi e della malattia, si sveglia una mattina sentendo affiorare un canto di vita.
L’amore delle sorelle dev’essere dunque fluito da un passaggio nascosto della sua cella, non da quello usato dai topi invadenti, né dalle finestre oscurate a proteggergli gli occhi, ma da un passaggio imprevisto l’amore é fluito, rinvigorendo il suo corpo malato, il quale, ormai risvegliato, detta a Leone un Cantico nuovo:
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna et per le stelle,
in celu l’ài formate clarite pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento,
et per aere et nubilo e sereno et omne tempo,
per lo quale a le tue creatue dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora aqua,
la quale è molto utile et humile et pretiosa e casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte,
ed ello è bello e iocundo e robustoso et forte.
In quegli stessi giorni San Damiano, sempre in quello stato d’animo, ispirato e commosso, scrive una lettera a Chiara.
Sente ormai la morte muoversi alle sue spalle, come un sicario silenzioso che attenda paziente il momento della sua resa, e allora si affretta a consegnare alla sua amica più cara le sue ultime volontà.
Mentre il destino dell’Ordine gli appare ancora oscuro e sfuggente, chiede alle sorelle di vigilare affinché per il “consiglio” di qualcuno, non si allontanino mai da quella povertà che hanno promesso a lui e a Dio:
Prego voi, mie signore, e do a voi consiglio, affinché viviate sempre in questa forma santissima di vita e povertà. E vigiliate molto affinché per la dottrina o per il consiglio di alcuno, mai in nessun modo non vi allontaniate da essa.
tratto da Francesco d’Assisi. La storia negata di Chiara Mercuri, ed. Laterza