Per lunghi anni Emily Dickinson ha scelto la reclusione nella casa paterna: la sua vita è stata povera di eventi; non per nulla parla più di una volta di indigenza, di miseria, intese in senso non materiale.
Solo che questa povertà è la condizione per prendere parte al grande mistero dell’essere.
Bisogna non possedere nulla per lasciarsi incantare e sorprendere dalla realtà che non finisce mai, che si rinnova, che avviene.
La reclusione è il punto di vista su una vita tutta da assaporare nella sua quintessenza, privata di fatti accidentali, di cose.
Ad accadere, nei versi della Dickinson, è appunto la vita, piccola e irripetibile, perfetta nella brevità del suo darsi, chiusa da un enigma che non le toglie, ma anzi le garantisce il suo splendore.
E infatti, se controlliamo la frequenza delle parole usate nella poesia della Dickinson – indicizzando il suo corpus costituito da 1775 testi – vediamo che con incredibile prossimità si combinano il vivere e il morire, la vita e la morte.
La poetessa nata e vissuta per gran parte della sua esistenza ad Amherst, nel Massachussets, indaga amorosamente il senso dell’essere, del flusso della vita, di ciò che, sia pure brevemente, fiorisce e risplende, per poi ammutolirsi.
E sa, con fortissimo istinto, che quel silenzio che chiude le note del concerto della vita è a sua volta un oggetto di profonda risonanza: che lì, in quel rebus insormontabile, per l’occhio della creatura, si risentono i toni e le gamme sonore, i tempi e le sospensioni incantate di ogni storia.
…E’ una poesia che nella sua ricchezza di opposti – la reclusione e la partecipazione, la pienezza e la rinuncia, il trionfo della vita e quello della morte – sa addentrarsi in una concentrazione quasi mistica, nonostante le inquietudini della poetessa e il suo rifiutarsi a forme esteriori di religiosità.
E a proposito di contrari che si oppongono e si tengono, si pensi alla sorte di questa autrice, che ha accumulato tesori e tesori di poesia, cucendo in proprio fascicoli destinati a sopravviverle, decidendo in piena consapevolezza di essere una poetessa per il futuro, per chi sarebbe rimasto e venuto dopo di lei.
La poesia della Dickinson è sottile, trasparente: un’ostia che lascia vedere il mistero a cui tutti, come esseri, partecipiamo.
Essa non sa, ignora, eppure si avvicina al segreto, all’adesione a ciò che non è nostro, ma ci appartiene attraverso il senso enigmatico del dono.
Dall’introduzione di Daniele Piccini al volume “Che io sia la tua estate quando l’estate sarà lontana” dedicato a Emily Dickinson, collana “La poesia è di tutti”, Ed. Corriere della Sera
Nell’immagine la stanza di Emily Dickinson nella Homestead, la casa della famiglia ad Amherst, Massachusetts.