Grazie al buon lavoro realizzato nel corso di questi due anni è oggi possibile che abbia luogo questo incontro. A nome di tutti i premi Nobel per la pace esprimo, nel giorno del natale di Roma, un sentimento di profondo rispetto e simpatia verso tutti i cittadini di questa città. […]
Abbiamo tante cose da dirci, dei punti sui quali esprimerci, e siamo molto preoccupati per il fatto che non distante da qui c’è un conflitto. Non lontano da qui scorre il sangue, si è di fronte a una situazione tragica. Dobbiamo cercare, senza perdere la testa, di guardare a questi avvenimenti, azionando sia il cuore che la ragione. Dobbiamo chiarire in sostanza le radici di questa tragedia, non solo per renderne conto, ma anche per essere in grado di identificare le vie per risolverla. Non si deve cercare di assolvere né una parte né l’altra. Non dobbiamo assolvere il regime di Milosevic, il quale si trova in una situazione molto difficile. Ha liquidato, ha limitato l’autonomia del Kosovo, dove il 90 per cento della popolazione è albanese, suscitando la reazione da parte degli albanesi. Questo conflitto era in una fase latente da diversi anni. Il regime di Milosevic non ha percepito il pericolo che poteva nascere da questo conflitto latente. Ma neanche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha saputo trovare delle misure per evitare questo conflitto sanguinoso, non ha trovato misure per evitare la tragedia di migliaia e migliaia di profughi, donne, vecchi e bambini che hanno dovuto abbandonare le proprie case, i propri villaggi. Questo è un dramma che si svolge sotto i nostri occhi da diversi giorni.
Io credo che chi ha sempre insistito sulla soluzione politica di questo conflitto abbia avuto ragione: fin dall’inizio delle azioni belliche noi abbiamo visto che questo dramma si trasformava in tragedia. Vorrei semplicemente farvi riflettere su questi problemi. A noi dicono: «È una crisi umanitaria». Sì, è esatto, bisogna risolverla questa crisi, non possiamo tirarci indietro. Ho già spiegato come abbiamo agito fin qui senza responsabilità: l’Europa, la Russia, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Nato, tutti hanno agito irresponsabilmente. Perché tutta la potenza di cui dispone il mondo, che oggi è gestita dalla Nato, tutta questa potenza è stata usata contro un solo Paese: questo è il fallimento della politica europea e mondiale. Questa è l’incapacità di gestire le cose del mondo.
Ci sono stati degli episodi deplorevoli in ex Iugoslavia; ma a questo proposito vorrei porvi una domanda. In Colombia ogni anno muoiono decine di migliaia di persone, anche lì i profughi sono un milione. Questo accade sotto i nostri occhi. Vedo il rappresentante dell’America Latina, il premio Nobel per la pace (Rigoberta Menchú, Guatemala, 1992, ndr). Come reagiscono la Nato e gli Stati Uniti, in quel caso? Gli Usa forniscono le armi al governo militare della Colombia. In Turchia è in atto un’operazione contro gli insorti curdi, un popolo di quaranta milioni di persone. Questa operazione bellica è condotta dall’esercito, e non è la prima né sarà l’ultima. Ci sono milioni di profughi curdi in Russia, nell’ex Unione Sovietica. Come agisce la Nato in questo caso? Fornisce le armi alla Turchia! Forse qualcuno di voi ha sentito parole di biasimo nei confronti delle autorità turche? Potrei portarvi decine di esempi di conflitti, ma se noi utilizzassimo sempre lo stesso approccio usato in Iugoslavia faremmo esplodere tutto il mondo. La Cecenia non è forse stata in conflitto? E tuttora il conflitto è in corso. Centomila persone hanno perso la vita in Cecenia, in un piccolissimo territorio dell’ex Unione Sovietica. Se il conflitto si riaccendesse, sarebbe forse bombardata la Russia per difendere i diritti dei ceceni? Noi cercheremo delle soluzioni politiche a questo conflitto. Come tratterebbero, inoltre, la Cina se la situazione in Tibet si inasprisse? Sarebbe forse necessario bombardare la Cina? Io credo che bisognerebbe perdere la testa, bisognerebbe diventare folli per seguire questo approccio alla soluzione dei problemi. Il problema non è qui, non è a causa di un problema umanitario, di diritti umani, che è scoppiata questa tragedia. […]
Negli ultimi quattro o cinque anni ha preso forma l’idea di un allargamento della Nato. Ribadisco che è un’idea molto pericolosa che rappresenta il cambiamento della strategia adottata alla fine della guerra fredda, quando abbiamo riunificato la Germania, quando a Vienna tra le due superpotenze ci si è accordati per una riduzione degli armamenti e degli effettivi degli eserciti, che erano armati fino ai denti. Proprio allora, in quelle circostanze, ho avanzato una proposta: condurre un incontro ai vertici per trasformare il Patto di Varsavia e la Nato in due blocchi politici. Volevamo lasciarli alla storia come monumenti della guerra fredda e della contrapposizione tra i due blocchi e creare un nuovo ordine dell’Europa. Così è nata l’organizzazione chiamata Osce. […]
Voglio porvi questa domanda: ci serve o no il diritto internazionale? Ha senso, ha valore, ha peso o no il Consiglio di sicurezza? Hanno peso o no i pareri della Cina, dell’India, della Russia, dove vivono i due terzi della popolazione del pianeta? Se questo peso non c’è, allora verso dove ci spingono, in quale baratro ci spingono? Ci dicono che l’Osce non è efficace, l’Onu non è efficace, ma allora chi si è adoperato per renderli inefficaci? Devo dire come stanno realmente le cose. Gli Stati Uniti hanno fatto poco per la riforma dell’Onu, anche se sono state avanzate delle proposte. Boutros Ghali, per esempio, aveva proposto un progetto di riforma dell’Onu… Ieri l’ho incontrato: ora non è più in carica e la sua proposta di riforma è rimasta nel cassetto. C’è quindi qualcuno che non vuole riformare l’Onu in uno strumento per la soluzione dei problemi del mondo.
Per quanto riguarda l’Osce, tutto è stato frenato. Non ha funzionato la creazione di un sistema di sicurezza europea. Esiste il segretario generale dell’Osce e ci sono molti giovani che restano davanti a un computer: ecco il ruolo che loro svolgono attualmente. Una tale situazione è stata voluta… E, considerando questa situazione, dalla Nato ci dicono che nessuno può risolvere i problemi nel mondo, e che quindi la Nato deve agire. Dunque, prima si provoca un conflitto fra due etnie e poi si esprime il bisogno di salvare una delle parti in lotta.
Se conduciamo un’analisi, rifuggendo la propaganda, possiamo giungere alla conclusione che l’unica superpotenza rimasta prende le decisioni, umilia l’Europa, umilia la Russia, non tiene in considerazione i pareri delle altre nazioni. Permettetemi di dire che ho già visto nell’America stessa, negli Stati Uniti stessi la crisi di questa politica di comando del mondo. Faccio una domanda agli americani. Che cosa vorreste diventare, gendarmi del mondo? La popolazione mondiale non lo accetterà, ma neanche voi ne avete veramente bisogno. Quando ho posto questa domanda in quasi quaranta Stati degli Usa, ci sono state delle ovazioni. Quindi più della metà dei cittadini americani è contraria a questa visione della politica del mondo. Soltanto adesso, per effetto della propaganda governativa, la situazione è cambiata, però resta contrario ancora il 36% degli americani.
Oggi, di fronte alla guerra, si è spaccato il mondo, si è spaccata la Russia, e si è spaccata anche l’opinione pubblica degli Stati Uniti. Henry Kissinger ha condannato questa politica. È un politico esperto, anche lui è un premio Nobel. Egli sostiene che di fronte alla resistenza dei serbi la Nato dovrà vincere, altrimenti si spaccherà. Ebbene, io vorrei che la Nato si spaccasse, ma che ciò avvenisse senza drammi. Noi europei non possiamo concordare sul suo approccio ai problemi che calpesta il diritto internazionale, sul mancato riconoscimento dell’ordine europeo e della dignità di tutte le popolazioni che fanno parte dell’Europa. Spero che ci verremo incontro come abbiamo fatto nel porre fine alla guerra fredda. Non possiamo portare fino al folle esito questo conflitto: le fiamme di questa guerra potrebbero estendersi alle nazioni vicine e andare anche oltre.
Michail Sergeevič Gorbačëv, dal discorso pronunciato dall’ex presidente dell’Urss il 21 aprile 1999 a Roma al Summit mondiale dei premi Nobel per la pace in Campidoglio