“La lingua curda ha un suono caldo e musicale. Nelle bocche di un popolo cui si tenta di strappare anche la lingua (in Turchia è proibito parlare curdo), assume un valore particolare, un sapore più ricco e più forte, come un raggio di sole viene sentito e assaporato da chi è chiuso in carcere in modo più vivo che non da chi passeggia libero per le strade. La parlavano con accento dolce e sanguigno, come accarezzando nella loro lingua il senso stesso della vita e delle speranze, l’aspirazione alla città del futuro, a quel Kurdistan che esiste nelle loro coscienze, ma su nessuna carta geografica. Perciò tutto diventa poesia, anche il discorso quotidiano, la discussione sul lavoro e sulla politica. Forse la poesia è proprio questo: portare dentro di sé e comunicare agli altri un mondo che non c’è ma ci potrebbe e dovrebbe essere.”
Joyce Lussu
“Curdo vivrò curdo morirò
In curdo risponderò dalla tomba
E come curdo rivivrò
E un’altra vita ancora
Per i curdi combatterò”
(versi del poeta Hagiàr tradotti da Joyce Lussu)