Il sole irruppe dal deserto come un leone. Bussò a tutte le porte di Israele, e da tutte le case ebraiche si levò selvaggia la preghiera del mattino al dio degli Ebrei dalla dura cervice: “Ti lodiamo, ti glorifichiamo, nostro Dio e Dio dei nostri padri, Onnipotente e terribile, tu che ci aiuti e ci governi. Gloria a te, Immortale, gloria a te, difensore di Abramo. Chi può competere con la tua forza, o Sovrano, ti che uccidi e risusciti e porti la liberazione? Gloria a te, Salvatore di Israele! Schiaccia, stermina e disperdi i nostri nemici, ma presto, mentre siamo ancora in vita!”.
L’alba trovò Gesù e Giovanni Battista seduti nella cavità di una roccia a strapiombo sul Giordano. Per tutta la notte avevano tenuto il mondo tra le mani, ora lo prendeva uno, ora l’altro, e si consultavano su cosa farne: il volto di uno era austero e deciso e si agitava, come se reggesse davvero tra le mani una scure e menasse colpi; il volto dell’altro era mite e indeciso, con gli occhi pieni di pietà.
“Non basta l’Amore?” domandò.
“Non basta, no,” rispose il Battista furioso, “l’albero è marcio, Dio mi ha chiamato e mi ha dato la scure; l’ho portata con me e l’ho appoggiata alla radice dell’albero. Io ho compiuto il mio dovere, ora tocca a te: prendi la scure e colpisci!”
“Se fossi fuoco, brucerei; se fossi un boscaiolo, colpirei; ma sono un cuore, amo.”
Tratto da L’ultima tentazione di Nikos Kazantzakis