La prima spiazzante sorpresa, e geniale intuizione di Luhrmann e degli sceneggiatori, è il narratore della Storia. Ascesa e caduta di Elvis Aaron Presley sono infatti narrate dal Colonnello Parker, sorta di inscindibile “lato oscuro” del ragazzo di Tupelo.
“Aaron”: già nel nome era scritto il destino di “profeta” pagano di Elvis Presley che portò il popolo americano e la sua musica in nuove terre. Quelle oltre il Mar Rosso della II guerra mondiale, della separazione tra musica nera e bianca, tra Rythm n blues e country, della trasformazione della musica in fenomeno di massa e industria commerciale. Solo che Elvis non era Mosé e non aveva la potenza di Dio a sostenerlo. Trovò il Colonnello Parker: tutt’altra storia.
Quella narrata da Luhrmann si divide in due parti, seppur in un andamento ipercinetico senza momenti di pausa.
Nella prima ora si assiste alla crescita di Elvis che sconvolge l’America puritana del Ku Klux klan e della segregazione razziale. Emblematico un concerto tenuto a qualche centinaio di metri da un comizio di un politico ultraconservatore del profondo Sud. Elvis e il Colonnello ci arrivano già messi sull’avviso dalle istituzioni: non sono più tollerate stramberie nei testi e negli ancheggiamenti. Il ragazzo è bianco e canti da bianco che sta mettendo su strane idee in testa ai giovani.
Parker fiutando l’aria implora il suo protetto: un’esibizione tranquilla e senza scandali e potremo tornare al nostro tran tran cioè, nella filosofia del Colonnello, a far soldi con concerti e gadget di ogni tipo. Elvis però segue la sua natura cresciuta nei quartieri neri di Memphis, l’unico posto dove i suoi, poveri in canna, possono permettersi una casa.
Elvis si ribella al Colonnello e finché avrà la forza di farlo sarà Elvis. La paga con un esilio forzato di due anni: servizio militare in Germania è la soluzione che il Colonnello trova.
Nella seconda parte del film si assiste alla caduta: Elvis perde le forze, si perde e da dio diventa animale da fiera. Cioè quello che sapeva meglio organizzare il diabolico mentore Colonnello Parker che si scopre non era colonnello e non era Parker e per tutto il film, altra intuizione geniale, mischia le carte continuando a discolparsi: non ho rovinato io Elvis è stato il troppo amore per voi.
Come spesso accade, e anche dal film è intuibile, è stato un mix di elementi a perdere Elvis: la sua attrazione per la musica e quello che scatena nelle folle che fin dalle messe gospel lo travolgeva; il desiderio di tirar fuori la famiglia dalla povertà; l’irrompere di una popolarità da star che nessuno prima di lui aveva sperimentato difficilissima da gestire per chi, come lui e i suoi genitori, non aveva strumenti culturali; strumenti che non aveva neppure Parker che ha aggravato il tutto con scelte dirette a spremere la gallina dalle uova d’oro anche per suoi biechi interessi. Eppure quest’oscuro personaggio, forse perché almeno come imbonitore da circo conosceva i rudimenti di uno “star system”, ha visto per primo quel che Elvis poteva fare.
Una volta che Elvis “ha lasciato l’edificio” resta in mente la scena dell’ultima sera all’Handy club di Memphis, culla del rhytm & blues dove crebbe il magnifico ibrido Elvis, bianco cresciuto in un quartiere di neri. Elvis che scappa da quella villa che diventerà Graceland e passa la serata con B.B. King e Mahalia Jackson a osservare scatenarsi al piano uno sbarbatello di nome Little Richard in Tuttifrutti.
Quante analogie tra Elvis e Marylin con la loro fisicità tutta istinto che sovvertiva corpi animi e regole e che le “gentildonne serafiche” puritane delle poesie di Emily Dickinson combatterono senza requie. Quanta pressione sui bianchi che andavano oltre e rompevano gli schemi, infrangevano l'”età del cristallo decorato” descritta da Francis Scott Fitzgerald:
“C’è stata l’età della pietra grezza, l’età della pietra levigata e l’età del bronzo, e molti anni dopo, l’età del cristallo decorato. Nell’età del cristallo decorato, le ragazze per bene, dopo aver persuaso i giovanotti con i lunghi baffi arricciati a sposarle, rimanevano sedute per alcuni mesi a scrivere biglietti di ringraziamento per ogni sorta di regalo di cristallo” (dal racconto “La coppa di cristallo”).
Elvis, Marylin, Sylvia Plath e Anne Sexton e altri e altre ancora che si incontrano lungo la Revolutionary Road che sconvolse il quadretto familiare della villetta con giardino, marito al lavoro e moglie angelo del focolare. Tutte Voci che pagarono duramente l’aver avvertito il mutare dei tempi e lo slancio nel trasmetterlo agli altri. (Joker70)
Ho imparato molto presto che:
Senza una canzone, il giorno non ha fine
senza una canzone, un uomo non ha amici
senza una canzone, la strada non ha curve
senza una canzone
Per questo motivo io continuo a cantare una canzone.
Elvis Presley