Il vero fine del Gioco

Erano i vecchi tempi, quando i nomi dei Grandi maestri venivano pronunciati con deferenza, o fatti collidere da tifoserie opposte: “il migliore è ancora Keres”, “Stavolta Spasskij li travolge tutti” – e ovunque si discuteva delle più recenti partite così come di aperture, difese, combinazioni o finali di torri: in circoli annegati di fumo, negli androni verde cupo e nelle camere stipate delle kommunalki, in coda lungo i marciapiedi odorosi di liquame, pirozki e neve fresca, sulle panchine dei viali, nelle carrozze dei treni che solcavano il paese finendo ingoiati dalla notte. Tempi adatti affinché simili leggende – unite alla soverchiante presenza di Misa e al suo stile rivoluzionario – trovassero nutrimento. Perché era un modo di resistere all’urto del reale. Perché il mondo reale era quasi sempre assurdo.

Certo non per lui, figlio del medico Nechemia Tal’ e della raffinata Ida Grigor’evna, cresciuto in un salotto con pianoforte a muro, mobili d’ebano e teiere decorate da boccioli viola pallido; ma per il resto della nazione sì.
Il solo fatto di essere ancora vivi comportava uno sforzo continuo e financo una misura di vergogna, perché esistere era sopravvivere a sciagure altrui: senza alcuna ragione o demerito uno sconosciuto subiva la pena che avrebbe potuto colpirti, magari non più letale come pochi anni prima, ma in ogni caso inevitabile. Tutto ciò esigeva un compenso: e gli scacchi lo offrivano – così come la storia di Misa offriva la speranza che gli dèi potessero un giorno chinarsi anche su di te, umile cittadino, e pronunciare la parola di grazia invece delle usuali condanne. Nell’immensa vastità del morire, nella monotona e paludosa certezza del morire, quella era pietà. Era l’evidenza che dopotutto i miracoli esistono.

Akopian portò l’alfiere in d7; e mentre registrava svogliatamente la mossa sul formulario, quasi scontento che ora toccasse a lui muovere, Misa rammentò quando d’estate andava a Mosca per l’Open lampo nel parco Sokol’niki, e la gente gli si assiepava intorno con i berretti sulle ginocchia, strizzando le palpebre dietro le lenti e masticando sottovoce opinioni – perché ha cambiato la torre?, oh Dio, molla quel pedone, doveva arroccare subito, sì, no, vai Misa, vai! – mentre lui calcolava tranquillo sterminate sequenze di mosse nonostante il tempo rapido, cinque minuti a testa, la mano che corre all’orologio, i continui sguardi alla lancetta. Gli adolescenti si arrampicavano sui rami delle querce per contemplare la scacchiera dall’alto, e com’era bello vedere quei volti librarsi tra le macchie di sole e il verde focoso delle foglie. Alcuni fra loro avevano pianto il padre trascinato via all’alba dall’NKVD, e nelle loro orecchie risuonavano ancora i pugni alla porta, i latrati dei cani poliziotto; e magari due giorni dopo il campanello sarebbe suonato per l’uomo dai baffi sporchi discosto sulla destra: ma adesso erano tutti lì, insieme, liberi: e dietro gli occhi di ognuno ardeva il medesimo infantile stupore.

Dopo essersi insediato, il potere aveva imposto ovunque gli scacchi per la loro natura dialettica, per plasmare carattere e forza di volontà nel popolo sovietico, per esibire superiorità davanti all’Occidente; eppure non aveva compreso che niente può togliere al gioco il suo vero fine: giocare, e pertanto sovvertire l’ordine delle cose.

Giorgio Fontana da “Il Mago di Riga” – Sellerio Editore

Michail Nechem’evič Tal’ (Riga, 9 novembre 1936 – Mosca, 28 giugno 1992) è stato l’ottavo campione del mondo di scacchi tra il 1960 e il 1961. Nel mondo degli scacchi è noto come “il mago di Riga” ed è tuttora considerato da molti il più grande attaccante della storia degli scacchi.
Michail Tal’ si appassionò agli scacchi vedendoli giocare nella sala d’attesa dello studio del padre medico, iniziando a studiarli seriamente verso i dieci anni d’età.
E’ forse l’unico tra i pochissimi Grandi Maestri ad aver ottenuto questo titolo senza essere prima passato dal livello intermedio di Maestro internazionale. Il titolo di Grande Maestro è il riconoscimento più alto che possa essere attribuito ad un giocatore di scacchi dalla FIDE (Federazione Internazionale degli Scacchi). La FIDE decise di soprassedere alle regole e gli concesse il titolo subito dopo la sua vittoria nel 24º campionato sovietico di Mosca 1957: all’epoca il più giovane vincitore della storia dei campionati dell’URSS.
Il suo naturale talento per il gioco combinativo gli consentì di strappare il titolo mondiale a Michail Botvinnik nel 1960 all’età di ventiquattro anni, diventando il più giovane campione del mondo della storia fino all’edizione 1985 quando il record gli fu strappato da Garri Kasparov che si laureò campione all’età di ventidue anni. 
Nell’immagine: Michail Tal’ all’Interzonale di Amsterdam 1964.