Siedo a fantasticare. | Desideri e sensi
ho portato nell’Arte: | certi visi intravisti
a malapena, segni; | di amori incompiuti,
certi ricordi incerti. | Mi abbandono a lei.
L’Arte sa come si forma | l’immagine del bello;
inconsapevolmente, | quasi, completando la vita,
associando emozioni, | avvicinando i giorni.
Ho portato nell’Arte (1921)
Costantino Kavafis
…E infine, un terzo scrittore, lui nato invece cinque anni prima che Kavafis morisse, Robert Piersig, scrive, nel suo romanzo Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta:
Le montagne si dovrebbero scalare col minor sforzo possibile e senza fretta. La velocità dovrebbe essere determinata dallo stato d’animo dello scalatore. Se sei inquieto, accelera. Se rimani senza fiato, rallenta. Le montagne si scalano in un equilibrio che oscilla tra inquietudine e sfinimento. Poi, quando smetti di pensare alla meta, ogni passo non è più soltanto un mezzo, ma un evento fine a sé stesso. Questa foglia ha l’orlo frastagliato. Questa roccia è instabile. Da qui la neve è meno visibile, benché più vicina. Queste sono le cose che dovresti notare comunque. Vivere soltanto in funzione di una meta futura è sciocco. E’ sui fianchi delle montagne, e non sulla cima, che si sviluppa la vita.
Ma evidentemente senza la cima non si possono avere i fianchi. E’ la cima che determina i fianchi. E così saliamo…
Essere amati per quel che si è, o meglio per quello che si tenta di essere; coltivare il ricordo e riviverlo con la fantasia per trarne vita, piacere, senso; privilegiare il percorso rispetto all’obiettivo, sapendo allo stesso tempo però che, senza un obiettivo, non ci sarebbe stato neppure il percorso.
Queste mi sembrano le indicazioni per cui Kavafis è tanto amato – a parte, ovviamente, il fatto che non scrive come un poeta dell’Ottocento.
Ragioni che è bello ritrovare in altri grandi scrittori, ma che ci coinvolgono comunque. Per noi persone comuni la condivisione quotidiana – quella che oggi passa soprattutto attraverso i social network – è il corrispettivo di quello che Kavafis cercava tutti i giorni nei caffè, nei libri, nei suoi fogli: raccontarsi per essere amato. Ed essere amati per quel che si è, in un mondo in cui – per fortuna – molti non sono più obbligati a sacrificare il proprio amore, la propria esistenza, a istituzioni e convenzioni e pregiudizi, è paradossalmente non meno difficile, non meno rischioso, e quindi richiede non meno coraggio di quello a cui, ogni giorno, doveva attingere Kavafis. I selfie sono i bozzetti, gli schizzi autobiografici a cui, con speranza disperata, milioni di persone affidano la loro memoria e la memoria che gli altri avranno di loro. Un selfie è una poesia piccola, poco retorica, che andrà a nutrire la memoria del corpo e della pelle di chi lo scatta e di chi lo riceverà in dono – modesta pubblicazione di un foglietto che poi andrà spillato, in ordine cronologico, insieme a tanti altri. E il pomeriggio trascorso con il figlio o la persona amata a perdersi in una città sconosciuta – che non dev’essere per forza New york o Parigi, ma può essere Torre Pedrera o Tirana – vale quanto il viaggio verso Itaca e come tale viene apprezzato.
Kavafis è il poeta del futuro, perché cento anni fa è riuscito a farci cogliere i nostri problemi, le nostre paure, i nostri desideri.
Andrea di Gregorio in “Kavafis. Poesie” Ed. Garzanti
Nell’immagine: Stanley Bridge, Alessandria d’Egitto