Quando una trentina di anni fa arrivai con un fratello nella parte occidentale della provincia della Rioja mi parve di giungere in un villaggio abbandonato per una decisione collettiva di fuga. Restava solo una casa abitata da due indie molto anziane, che ci offrirono due ambienti da abitare provvisoriamente, finchè fossero terminati i lavori di restauro di un vecchio mulino abbandonato.
Mi accompagnava un antico abitante di questo villaggio, e mi mostrava i resti di case di fango e paglia che in una ventina d’anni si erano polverizzate. Restava di loro un segno: tre travi robuste che indicavano la soglia di ingresso alla casa ora inesistente.
Mi raccontava la mia guida che a causa di questi tre pali erano avvenuti dei litigi tali che arrivavano alla “giustizia”, così si esprimeva. Perché? – chiedevo sorpreso – ormai non servono più a nulla e potrebbero essere utilizzati visto che sono di un legno molto forte e pregevole. La mia osservazione era interessata, perché pensavo all’utilità che quei legni avrebbero potuto avere per i lavori di restauro della nostra casa. Ma per fortuna non manifestai il mio interesse. Capii subito che togliere uno di questi pali era esattamente come violare una tomba.
La porta e le radici
La casa non esiste più e le famiglie sono partite per luoghi lontani, qualcuna è andata ad abitare nella città capoluogo ma nessuna pare abbia il progetto di tornare. Però la soglia, la porta di ingresso deve restare e un uomo del luogo è pagato dalle antiche famiglie per vegliare sulle soglie. Questi tre pali, due verticali e uno orizzontale, erano la famiglia che continuava a vivere lontana ma legata a questo luogo. Il giorno in cui avessero distrutto la soglia o bruciato quei pali la famiglia sarebbe andata distrutta.
Col tempo i loro discendenti nati in città certamente non si ricorderanno più di quelle soglie, del custode e delle tradizioni religiose o superstiziose che davano senso alla sopravvivenza di quei “monumenti”. E probabilmente proprio per questo, proprio perché senza radici, andranno ad ingrossare il numero di coloro che agitano le periferie delle grandi città delle loro inquietudini, delle proteste violente contro una vita che non riusciranno più a trovare bella, e non sapranno più come farla bella.
Le famiglie emigrate nel capoluogo Rioja, che in seguito conobbi, mi fecero capire che la soglia lasciata nel luogo di origine era il segno della solidità della famiglia, simbolo religioso della sua continuità.
Di notte, sotto la luna, le strutture disseminate su quel deserto ondulato mi parevano esseri viventi e spesso pregavo per loro e con loro, pensando a quelli che si sentivano uniti a quella soglia e ai dispersi che avevano spezzato le loro radici e vivevano senza trovare il senso del vivere.
I portoni dei palazzi nobiliari della mia antica città, Lucca, mi parvero il segno di una lontananza della comunità cittadina. Un distacco orgoglioso che facevano sentire che la famiglia al di là di quella porta superba non era della città. I portoni si vedevano aprire e chiudere per lasciar passare degli anni di una macchina, e si intravedevano per un attimo le architetture stupende dei cortili di accesso alla casa. Ora questi palazzi sono passati quasi tutti alle amministrazioni pubbliche, i portoni sono aperti e lasciano vedere quei meravigliosi cortili sconosciuti a molti di noi, salvo che qualche compagno di scuola ci introducesse nel suo palazzo spesso per studiare insieme.
Leggendo nella mia adolescenza I Malavoglia ricordo che piansi al racconto di ‘Ntoni che torna dal carcere. La sorella vorrebbe trattenerlo e lui vorrebbe restare, ma sa che non può, che se ne deve andare. Uscito di casa si ferma nel buio e attende che la sorella chiuda la porta. Lo sbattere di quella porta che si chiude alle sue spalle segna la rottura definitiva dalla sua famiglia, dal suo passato, dalla sua radice. Tutti noi portiamo lungo la nostra vita dei ricordi che si potrebbero definire profetici perché si ripresentano con un valore indicativo di scelte e atteggiamenti importanti.
Apriamo le nostre porte
Oggi le porte sono per lo più il simbolo della paura piuttosto che dell’accoglienza. I sistemi di chiusura non sembrano mai troppo sicuri. Un amico di San paolo venuto a visitarci si meraviglia della fragilità delle nostre porte, egli che vive quasi in uno stato di assedio.
Riflettendo sull’apertura della porta santa, sono venuti alla luce questi tre ricordi, come una vecchia stampa sbiadita a cui un procedimento chimico permette di ridonare le sue immagini.
Ricordo di aver visto partire soavemente senza rumore questa porta ai colpi di martello vibrati con molto energia dall’allora papa Pio XII. Era l’anno ’50, era fresco il ricordo di un congresso trionfale della gioventù cattolica, e stavamo entrando nel tempo della critica all’interno della Chiesa. Il vano aperto dal pontefice al calar del sole viene chiuso da una porta di legno. Ripensando a quegli anni mi pare che molti di noi li vissero come gli abitanti del villaggio abbandonato, lontani da quel soglio ma attaccati a quelli stipiti non di legno ma di marmo, che nessuno avrebbe mai divelto, noi partimmo lontano, ma rimanemmo legati come le famiglie del villaggio riojano.
Se visiterò San Pietro nell’anno giubilare è probabile che entri nella Basilica da un’altra porta per evitare l’attesa di una lunga fila. Ma il simbolo di questo vuoto è per me importante in questo epilogo della vita.
Mi trovo spesso nell’occasione di parlare di questo vuoto ad amici che mi chiedono le ragioni della mia pace. So di appartenere a una famiglia molto ricca direi troppo ricca, e non parlo delle ricchezze materiali ma delle sue ricchezze dottrinali, di quelle riserve accumulate dalla sapienza dei padri, dalla speculazione dei dottori, dalle suppliche gridate e lacrimate dei suoi santi. Ma io sento di vivere con molto poco, e questo poco mi riempie di pace e di gioia. Vivo in due stanze senza quadri, senza immagini eppure questo vano come quello della porta santa non dà sul nulla.
Ripenso ai portoni dei palazzi della mia città natale e vorrei che come quelli si sono aperti per lasciare uscire i giovani in cerca di lavoro da cui fino a pochi anni fa erano dispensati per il privilegio della loro nascita, vorrei che le porte dei palazzi o delle ville dei vescovi, dei seminari, dei monasteri, delle nunziature, delle sacre congregazioni dove si decidono gli orientamenti della chiesa si aprissero finalmente sul mondo vero dove il tempo si fa storia, vera storia.
La Porta Santa di Arturo Paoli
http://www.giovaniemissione.it/pacennmani/pnmpaoli.htm