Difficile capire fino in fondo le difficoltà nel voler rendere pubbliche alcune parti della sua biografia, anche se una delle cause potrebbe essere ricercata nella paura di essere identificato troppo con luoghi e tradizioni contro cui egli stesso andò costantemente in opposizione e che temeva potessero affascinare meno rispetto a quelle di colleghi provenienti dagli States o da quella Swinging London che dalla fine degli anni ’60 era diventata il centro culturale non solo d’Europa, ma della gran parte del mondo. Semplicemente, forse, Freddie temeva che l’epoca che si trovava a vivere non fosse ancora pronta per osannare una rockstar di cultura africana e indiana. Aspetti che paradossalmente finirono per influire enormemente sulla sua idea di arte e spettacolo: nessuno prima di lui aveva infatti cercato con tanta insistenza la fusione di stili e arti apparentemente molto distanti una dall’altra ed è forse questo l’aspetto in cui il suo retaggio culturale ha dato i frutti maggiori.
…La baita sul lago resa iconica dalla copertina di Made in Heaven, la statua eretta sul lungolago dagli stessi familiari di Freddie, oltre che da Brian May e Roger Taylor, così come le continue iniziative volte a ricordarne la grandezza, hanno dato quella patina di ufficialità di cui i fan avevano tanto bisogno. Oltre a far sì che lo spirito di un uomo nato in Africa da una famiglia indiana e divenuto leggenda nel Regno Unito, finisse per aleggaire sopra il lago Lemano.
«Se cerchi la pace dell’anima, vieni a Montreux», diceva spesso all’amica Montserrat Caballé. Era più semplice del previsto, bastava solo ascoltare le sue parole.
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